Spunti dalla natura per la vita in oratorio

Gli elefanti quando si radunano in branco si dispongono in un cerchio, dove all’esterno stanno gli elefanti più forti e al centro i più piccoli, i più deboli, coloro i quali non riuscirebbero a difendersi da soli nel caso di un attacco da parte di un predatore.

Bell’idea anche per noi animatori, no?

Gli animatori sono coloro che “animano”, che danno vita all’oratorio e alle sue attività e hanno il compito e la responsabilità di coinvolgere i bambini e i ragazzi. Il documento preparatorio al Sinodo dei giovani, che si terrà ad ottobre 2018, riporta più volte l’espressione “nessuno escluso”. Ed è qui che l’animatore è chiamato a mettersi in gioco: viene più facile, infatti, coinvolgere e fare delle proposte ai ragazzi che partecipano, quelli recettivi, magari vivaci, persino problematici, ma non è sempre così immediato tenere vicino chi è ai margini, e mettere al centro coloro che sono più deboli.

Ora vi domanderete: «Chi sono i “piccoli” del mio oratorio? Come faccio a fare in modo che nessuno sia escluso?»

Innanzitutto, precisiamo che per rispondere a queste domande non bisogna mettere delle etichette: si può essere deboli o piccoli, ma si rimane grandi nella dignità di persone e nella capacità di dare. Si può inoltre essere deboli anche solo per un periodo, in cui l’aiuto deve essere più specifico.

Dei deboli e dei piccoli bisogna accorgersene. Bisogna avere quel fiuto di elefante che è capace di tenere traccia di chi insegue. Avete presente una carica di elefanti? Non si fermano finché non trovano quello che li ha fatti scatenati. Quello stesso fiuto dovrebbe avercelo ogni animatore: il fiuto di trovare chi sta meno bene, il fiuto di dare la parola a chi non la prende spesso, il fiuto di fermarsi con quelli che non si fermano vicino a noi.

Per farlo, oltre al fiuto, bisogna usare anche la memoria, “memoria d’elefante” appunto. Di uno che ricorda in crescendo: nomi, confidenze, date, avvenimenti, dialoghi, incontri. Ricordare, che è poi “ricollocare nel cuore”, rimettere la persona nel processo della volontà. Perché è l’elefante grande che mette al centro quello piccolo e non viceversa.

L’animatore deve saper trovare nel ragazzo molto timido e che fatica a relazionarsi, in quello con qualche disabilità fisica, in quello etichettato in modo sbagliato come il “caso difficile” il punto forte, quello su cui far leva per poterlo inserire nel gruppo e dargli uno spazio di protagonismo.

Per questo l’animatore è un po’ come un elefante. Stando attenti a non fare i suoi stessi errori, trasformando un topolino in un mostro senza senso un po’ come facciamo spesso noi con certi problemi che sono piccolini, ma ci piace ingigantirli un po’. In quei casi, tornando un po’ bambini, possiamo ricordarci di Dumbo. Uno che la sapeva lunga, perché trasformava i suoi difetti in strumenti meravigliose e perché sapeva farsi amici i topolini, cioè i piccoli problemi di tutti i giorni.

D’altra parte Dumbo, che era piccolo, debole e sbagliato, in realtà era un grande. Come quei bambini che dobbiamo mettere al centro della nostra attenzione. Ma questo l’abbiamo già detto, no?

Giulia Gambaro

Autore: Lo Spiazzo

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