Un film…

Tratto dall’omonimo fumetto della Marvel, il film racconta la storia di T’Challa, principe ereditario del Wakanda, un’immaginaria nazione africana nascosta dal resto del mondo e tecnologicamente avanzata grazie alle miniere di un minerale fantastico, il vibranio. Dopo la morte del padre, T’Challa si prepara ad ereditare il trono e il ruolo di Black Panther, custode del Wakanda dotato di poteri soprannaturali. Ma la sua ascesa al trono viene interrotta dalla ricomparsa di uno storico nemico della sua nazione e di un altro, legittimo pretendente al trono, che ha una visione tutt’altro che pacifica e isolazionista per il Wakanda.

Perché vederlo?

Pur facendo parte di tutta una serie di film della Marvel, consigliamo di guardare Black Panther perché fa vedere le conseguenze di cosa succede quando una comunità si disgrega e abbandona l’individuo. Pur restando il cattivo della situazione, Erik Killmonger è un cattivo tragico, che non possiamo non comprendere; le sue scelte non sono solo frutto dell’essere cresciuto in un ghetto degli Stati Uniti, ma anche della scelta della sua famiglia di abbandonarlo, pur di proteggere il segreto della ricchezza del Wakanda. Anziché gettarsi nel mondo per aiutare i neri d’America, il padre di T’Challa decise di tirarsi indietro; anni dopo, Erik tornerà per chiedere conto di quella scelta.

Ecco quindi che il film ci obbliga a domandarci sul legame tra l’individuo e la comunità. Se una persona commette un errore, di chi è la colpa? Di nessuno, suggerisce il film; non c’è colpa, quanto piuttosto responsabilità; e quella appartiene a entrambi, perché se è vero che è il singolo, Erik, ad aver scelto di odiare, sono pur state le scelte di tutti i singoli wakandiani a creare il contesto che lo ha portato a considerare anche questa scelta.

T’Challa lo comprende, e si assume le sue responsabilità, anche se era solo un bambino quando Erik fu abbandonato. Per questo cerca di far cambiare idea a Erik, fino all’ultimo; per questo alla fine decide di andare contro la tradizione dei suoi avi. E questa sua scelta è fondamentale, oggi più che mai: di fronte a forze disgreganti e a spinte individualiste, l’individuo è più che mai alla ricerca di una nuova comunità.

Frasi celebri

“Hai sbagliato! Tutti avete sbagliato! Avete voltato le spalle al resto del mondo. Abbiamo permesso alla paura della nostra scoperta di non farci fare la cosa giusta. Io non posso restare qui con te. […] Lui è un mostro che abbiamo creato noi.”

Lo dice T’Challa a suo padre nell’ultima visione: noi siamo responsabili, tutti. Il Wakanda era privilegiato, e per paura si è rinchiuso in una roccaforte, costruita proprio con le ricchezze che voleva tenere nascoste. Quella di Erik, pur se distorta, è sete di giustizia, che interroga il Wakanda: che uso avete fatto dei vostri privilegi?

Per educare…

L’essere consapevoli dei propri privilegi non vuol dire sentirsi in colpa per averli; non scegliamo noi di nascere in una famiglia e in una certa condizione, ma sta a noi scegliere cosa fare con ciò che abbiamo. Come Nakia, figura chiave del film: anche se è sola, anche se il resto del Wakanda non l’approva, ha scelto lo stesso di uscire dai confini del suo Paese per aiutare gli altri, con le sue sole forze. Perché comprendeva che l’essere nata in un Paese così protetto comportava anche la responsabilità di fare buon uso di quella fortuna.

Ecco un’attività che si può fare in un piccolo gruppo:

  1. Cominciare chiedendo cosa significa per ognuno “responsabilità” citando un esempio concreto. Segnare le parole chiave su un foglio o una lavagna.
  2. Partendo dalle loro definizioni, discutete della differenza tra responsabilità personale e sociale: la prima consiste nel capire che si è i soli responsabili delle cose che si fa e delle scelte prese, la seconda nel fatto che tutti abbiamo una responsabilità verso gli altri.
  3. Dopo aver diviso i ragazzi in gruppi di massimo 4-5 persone, scegliete un tema di attualità, (meglio se ne hanno parlato di recente i media) e invitateli a discutere tra loro su cosa si può fare a proposito di quel tema a livello di responsabilità individuale e sociale.  Per esempio, in caso di atteggiamenti razzisti sul pullman, come posso agire io come individuo? (Intervenendo ad attenuare il conflitto, se la mia sicurezza non è in pericolo.) Come possiamo agire invece come comunità? (Come possiamo usare il nostro privilegio per disseminare più consapevolezza sulle difficoltà di vita degli immigrati nel nostro Paese?) Lasciateli discutere per 10 minuti circa.
  4. Al termine, riunite tutti i gruppi e condividete quanto detto. Tutti assieme, scegliete tre azioni a livello individuale e tre azioni a livello di comunità che potete intraprendere su quel tema e trascrivetele su una lavagna o, meglio ancora, su un cartellone da tenere poi in bella vista.

Autore: Bianca Bressy

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