“Sono cose ordinarie”… “È una persona ordinaria”… “Abbiamo una vita ordinaria”… Oppure il Michael Douglas di “Un giorno di ordinaria follia”…

Con questi luoghi comuni, titoli e slogan, ora possiamo sfidare chiunque a ragionare sul concetto di “ordinario”, senza rimanere nella sua sola accezione negativa.

Il tempo liturgico “per annum” (“ordinario” anche detto) è quel periodo che non solo la Chiesa cattolica identifica come alternativo agli altri momenti liturgici più distintivi (o “tempi forti”).

Dunque, questo tempo è anche qui vissuto con connotazione negativa? Se gli altri sono i momenti “forti”, quello ordinario non lo è? È addirittura un tempo “debole”? Sacrificabile? Indifferente?

Per sgombrare il campo in maniera oggettiva, cominciamo col ricordare che già basicamente nella lingua italiana il termine “ordinario” non è solamente un aggettivo di senso negativo.

Quantitativamente o qualitativamente, è “ordinario” tutto ciò che è contenuto nei limiti della norma e della regolarità, quindi comune, consueto. E dunque, per quanto la definizione ammetta di poter contenere in sé anche una condizione che può implicare il banale, lo scadente, o addirittura il deteriore, ecco che “ordinario” ci riconduce almeno ad una situazione di “appartenenza costante”, di “movimento regolare e rasserenante”, di “comunanza e consuetudine che promuovono a loro volta confidenza e reiterazione”.

Se poi di “ordinario” si va a vedere l’accezione accademica, ecco che addirittura il “professore ordinario” è quello di ruolo, che ha favorevolmente superato il prescritto periodo di prova. Nel mondo universitario, egli è l’unico vero titolare della cattedra, andandosi a qualificare come “professore di prima fascia”. Altroché “ordinario”: invece è “ordinario!” (anche la punteggiatura soffre di sindrome di inferiorità, eppure ha senza dubbio un valore “straordinario”!).

E a proposito di “straordinario”, è facile riprodurre lo stesso ragionamento dell’ordinario, solamente al contrario… Non tutto ciò che è stra-ordinario, deve per forza essere anche “stupendo, magnifico, super-fantastico” (straordinario!): a volte, è semplicemente “stra-ordinario…”: cioè una parentesi che stacca dalla regolarità, un momento diverso (e quindi facilmente “speciale”), un picco d’intensità che impreziosisce l’ordinario, rendendolo, nel suo complesso, tutto interessante.

La Pasqua è il momento “straordinario” della vita di Gesù: è il momento che rende tutto il credere cattolico veramente “speciale” ed “unico”. È il momento topico che dà luce a tutti gli altri momenti della vita di Gesù. È un momento “unico”, ma non è “l’unico”.

È errato dire che tutta la predicazione di Gesù è un momento non significativo, non speciale, non determinante. Come è errato ridurre tutta la fede all’unico (seppure “unico”) momento della Risurrezione.

Certamente, senza la Risurrezione, la luce del cattolicesimo sarebbe spenta, bieca, fittizia. Ma certamente è una luce che non illumina se stessa. Va ad illuminare ogni altro insegnamento, gesto, parola, episodio, miracolo.

Il tempo ordinario, allora, è un tempo di esercizio alla comunanza, alla (buona) consuetudine, alla costanza: è il tempo di riflessione e di riscaldamento; è il tempo del compito principale (mettere continuamente in pratica una vita stupenda). È il tempo che fortifica, che ci mette alla prova per misurarci e ritararci. È il momento che anticipa (ma anche che segue) gli altri momenti di preparazione (avvento, quaresima…). È il momento illuminato dagli altri momenti “forti”, che danno proprio quella forza (non che sono forti solo di per sé) per reggere la bellezza, la complicatezza, la lunghezza della quotidianità.

Una quotidianità che a volte tenta di sedurci verso lidi più appariscenti e considerati “straordinari”, ma che invece dovrebbe bastarci, dovrebbe servirci sulla media-lunga distanza.

I momenti straordinari (dove è necessario uscire dalla “normalità” per dare la giusta enfasi) servono a loro volta ad illuminare la costanza dell’ordinario. Dove l’ordinario allora sì che si riempie del normale, anziché del meno importante; si alimenta della regolarità e non della routine; si rafforza con la confidenza e non con l’abitudine.

Ricevere la Prima Comunione e/o la Cresima sono degli step (non traguardi!) straordinari, è ovvio! E l’andare al catechismo, nella sua regolarità, nella sua forza formatrice, nella sua costante frequenza è proprio l’esempio più immediato che potete fare, da catechisti, ai vostri ragazzi, per descrivere appieno la valenza dei tempi “ordinari”.

Per inciso, il colore liturgico del tempo ordinario è il verde: scelto fin dal principio come colore che rappresenta la quotidianità feriale e la vita. Già, proprio la vita! Quell’ordinario motivo di esistere, che si allena costantemente a quella straordinaria condizione dell’essere. Essere umani. E figli di Dio.

Autore: Roberto Boggio

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