Il gruppo classe come un guscio che attutisce gli urti

«Ciao a tutti, mi chiamo Placuna placenta, sono un mollusco e vivo nell’Oceano Indiano.

Segni particolari? La mia conchiglia: nonostante sia composta al 99% di carbonato di calcio, che è un minerale piuttosto fragile, riesce a proteggermi con grande efficacia dai colpi e dagli attacchi dei predatori».

Alcuni ricercatori di Boston hanno analizzato il guscio di questo mollusco e hanno scoperto che la resistenza della conchiglia è dovuta ad una nanostruttura che le permette di disperdere energia e limitare i danni in caso di urto. Il materiale del guscio forma una barriera grazie alla quale i danni provocati dall’impatto non si allargano a tutta la superficie del guscio, e così facendo riesce a preservare l’integrità del materiale.

Non vogliamo fare una lezione di scienze, ma non ci allontaniamo poi così tanto dalla scuola: con uno sforzo d’immaginazione, anche il gruppo classe si può pensare come la corazza di un mollusco, che quindi protegge dagli urti.

L’insegnante a sua volta può diventare il materiale che fa da collante e permette al guscio di svolgere il suo ruolo.

Ad esempio, in caso di un atto di bullismo, come prendere esempio dalla Placuna placenta?

Per prima cosa, in quanto adulto ed educatore, l’insegnante ha in mano il timone. Può quindi sensibilizzare il gruppo riguardo il tema: l’insegnante che parla apertamente del bullismo, che non nasconde il fenomeno ma lo fa conoscere, crea un momentaneo stato di fragilità nella classe, assolutamente necessario, perché se affrontato nel modo giusto si può trasformare in una riserva di forza.  

Infatti, la reazione che scatta davanti ad un trauma è quella di impedire alle emozioni ad esso collegate di uscire fuori; si cerca di contrastare opponendo una rigidità che dà l’illusione di proteggere. Illusione sì, perché in verità non è nascondendosi dal problema o negandolo che questo si risolve; al contrario, lasciare libero accesso alle emozioni, anche negative, serve a prendere coscienza di ciò che fa soffrire, metabolizzarlo e dissiparne l’energia negativa.

Il primo step quindi è non negare: il bullismo esiste ma non è una macchina indistruttibile, bensì qualcosa contro cui si può combattere insieme. Sensibilizzare i ragazzi al bullismo significa renderli più resistenti ad esso, perché avranno gli strumenti per combatterlo.

Il secondo passo è aiutare i ragazzi a prendere coscienza del loro ruolo e della scelta giusta da fare: schierarsi a favore del compagno vittima di soprusi; non contro. Come i gusci, anche i compagni di classe più “forti” possono proteggere il piccolo mollusco più fragile che si nasconde tra loro e che ha bisogno di loro! Inoltre, soprattutto quando si è molto piccoli, è più facile mettersi istantaneamente dalla parte del più forte, perché dà sicurezza: l’aiuto che l’insegnante può dare è far capire che l’energia che nasce dall’atto di bullismo non deve abbattersi su una sola persona, ma se ciò accadesse, si può disperdere opponendo altrettanta forza.

Il terzo step quindi è limitare i danni concretamente: se altri entrano in gioco contrastando il bullo, questo aiuta chi è vittima a sentirsi meno fragile e a reagire meglio agli attacchi, perché non si trova solo.

In un certo senso può essere d’aiuto anche a chi compie l’atto di bullismo: se alla sua  voce se ne oppongono tante altre, non si crea un “coro” a favore della volenza, bensì contro, e questo permette di far capire a chi sbaglia di essere nel torto e aiuta a “disinnescare”.

In questo modo avviene un po’ quello che accade al guscio della conchiglia quando riceve l’urto: i danni, cioè la tendenza a “ bullizzare” non si propaga sull’intera classe ma resta isolata, si riescono a limitare i danni sul singolo perché c’è la condivisione di uno stesso obiettivo, cioè contrastare; infine, la vittima è meno fragile e può reagire, perché sostenuta da altri.

Crediamo che questo discorso possa valere ad ogni età e in ogni ordine e grado della scuola, anche se nelle elementari e nelle medie inferiori la questione è certamente più delicata. Infatti, tra i sei e i tredici anni circa entrano in gioco anche i livelli di maturità altalenanti e le difficoltà portate dall’adolescenza: a questa età è difficile sviluppare un’autonomia di pensiero e di giudizio che porti a pensare: “il bullo è il più debole di tutti perché per farsi forza deve sfruttare le fragilità altrui”.

Qui diventa particolarmente importante il ruolo dell’insegnante, che non può e non deve voltare le spalle né a chi subisce e né a chi infligge l’atto di bullismo: è fondamentale che aiuti entrambi a crescere e diventare più forti; l’uno affinché non si faccia scalfire dalla cattiveria e imponga il proprio valore e la propria personalità; l’altro perché capisca che non è danneggiando l’altro che si diventa forti, ma in questo modo al contrario si dà solo prova di debolezza.

Autore: Federica Crovella

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