A Torino con il baule e la veste della carità

L’iniziativa…

Torino. Parrocchia di Sant’Alfonso, non troppo lontano dal centro della città: entrando in Chiesa ci si imbatte in un baule aperto ai piedi dell’altare. Un articolo del 16 dicembre su L’Avvenire spiega nel dettaglio le ragioni di questa iniziativa:

«Un vecchio baule aperto sotto l’altare da qualche domenica aspetta il suo tesoro, la sua ricchezza da custodire… Non raccoglie né cibo, né vestiti, né soldi, solo piccoli quadrati di stoffa accompagnati da un biglietto. […] Perché ogni pezzo di stoffa che vi viene deposto corrisponde ad un gesto, ad un’azione compiuta per il bene di un’altra persona. Quell’invito ad amare i poveri “con i fatti” scelto come slogan per la Giornata mondiale dei poveri lo scorso 19 novembre, diventa con il simbolo del baule, invito e impegno concreto di una intera comunità a mettersi in gioco.

“Dai piccoli agli anziani – sottolinea il parroco don Davide Chiaussa – nessuno è escluso, perché tutti sono chiamati e hanno possibilità di tradurre il comandamento dell’amore con chi si incontra nel quotidiano”. Incontro che può essere con il povero ma anche il familiare, il vicino, il collega, il compagno di banco perché la povertà ha tanti volti: “è mancanza di mezzi economici, ma spesso molto più di relazioni, è solitudine, è non sentirsi amati”. Una tavola apparecchiata, la condivisione di un pasto, il perdono, una preghiera, il servizio in una mensa, una visita ad un malato… tutto può arricchire, tutto potrà essere simboleggiato da un semplice pezzo di stoffa e da qualche riga che lo spiega.

Ma perché il tessuto? «La speranza – prosegue il parroco – è che i gesti siano tanti da riempire il baule e che così già per la prossima Pasqua tutti i quadretti di stoffa cuciti insieme possano diventare un paramento liturgico, una veste di carità tessuta, anche con fatica, giorno dopo giorno. Sarà per tutti l’abito della festa, l’abito che permette di partecipare al banchetto di nozze che il Vangelo di Matteo descrive al capitolo 22. Sarà il nostro “sacramento della carità”: il nostro modo come comunità di rendere visibile e presente con i nostri gesti l’amore che Dio ha per ciascuno, per i poveri, gli ultimi, i lontani, che è l’unico vero tesoro da custodire».

Come spiega don Davide Chiaussa, l’iniziativa vuole lasciare un segno con la tessitura di una veste, che parli di amore e incontro; tra Dio e l’uomo e tra le persone, in particolare con chi ha più bisogno.

Perché proporla…

Al giorno d’oggi, uno dei valori più difficili da trasmettere ai giovani e da portare nella loro e nella nostra quotidianità è l’attenzione all’altro, l’empatia con l’altro; purtroppo siamo molto spesso tante piccole isole troppo impegnate a pensare a noi stessi, troppo divorate dalla voglia di primeggiare e dall’egoismo. Quante volte in una giornata tra i giovani c’è uno scambio di aiuto reciproco? È possibile che la risposta a questa domanda sia piuttosto deludente, anche se per fortuna esistono le eccezioni, ma ancora di più potrebbe esserlo la risposta a: quante volte in una giornata c’è un gesto di solidarietà di un giovane nei confronti di un adulto, magari una persona anziana o indigente o anche semplicemente in difficoltà?

È raccapricciante pensare che ciascuno, nonostante sia inserito in una comunità, tuteli sempre e solo il proprio benessere e che se qualcuno cerca aiuto deve darselo esclusivamente da sé.

La comunità parrocchiale in primis può dare l’esempio e mostrare alla comunità anche laica come la catena dell’individualismo si possa rompere se c’è la volontà, magari partendo proprio da un’iniziativa di questo tipo.

Come prendere spunto…

I primi che possono e soprattutto devono essere coinvolti nella lotta all’individualismo sono chiaramente i ragazzi, attraverso la figura del catechista, che essendo prima di tutto educatore può facilmente trasmettere il valore di iniziative simili a quella di Torino.

Coinvolgere l’intera comunità parrocchiale deve essere parte integrante del progetto, ma è giusto che i ragazzi siano i principali protagonisti chiamati in causa: replicare il baule e la veste della carità si può, ma perché non far assemblare i pezzi di stoffa proprio durante le ore di catechismo? Certo, forse non è troppo indicato sottoporre un’attività di questo genere a dei bambini di 6 anni, ma i ragazzi tra i 10 e i 13 c’è la maturità per farlo e capire il valore che c’è dietro questa attività.

Quello che propone la parrocchia torinese può anche essere modificato in modi diversi, personalizzato, non raccogliendo tessuti, non con l’obiettivo di cucire una veste, ma magari dando forma ad altri oggetti. Per esempio, la casa è ciò che spesso manca a chi è in condizioni di estrema povertà: perché non costruirne una in miniatura con i materiali più svariati?

Ciò che Torino trasmette e deve rimanere saldo l’empatia da parte della comunità, l’attenzione all’altro, pensando che per chi ha più bisogno anche qualcosa di molto semplice può fare la differenza.

È importante dare modo alla comunità laica di partecipare ad una iniziativa di questo tipo, per poi rispondere con la propria “veste della carità”, che sia una veste nel vero senso della parola oppure no, per dar voce a quell’ attenzione per l’altro che troppo spesso resta ammutolita.

Autore: Federica Crovella

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