Caro Lo Spiazzo,

ormai da molti anni svolgo attività di catechismo presso la chiesa del mio paese ma mi rendo conto che rispetto a qualche anno fa è necessario migliorare il metodo e lo stile con cui fare catechesi. Ti scrivo perché sono in cerca di spunti di riflessione che possano aiutarmi nell’essere più consapevole del ruolo che sto svolgendo.
Laura

Cara Laura,

essere catechista oggi non è un compito semplice, sia per la complessità della società in cui viviamo, per la rapidità di cambiamento e per le difficoltà che oggi la catechesi sta affrontando. Proviamo comunque a darti qualche spunto di riflessione utilizzando tre verbi: DIRE, FARE ed ESSERE.

L’aspetto del DIRE, cioé della tecnica di comunicazione e della capacità del  “trasmettere”, è il primo che balza agli occhi. L’immagine del catechista che racconta, parla e spiega in un aula è la stessa che conosciamo dai Vangeli, quando Gesù parlava ai suoi discepoli e alla gente. Parlando alle persone, Gesù teneva conto di alcune dinamiche e tecniche: com’è il nostro “dire”? È adatto? È chiaro? È efficace?
In una società in cui la comunicazione ha un peso notevole, è importante conoscere le tecniche, allenarsi nello stile e fare in modo che l’esposizione sia corretta, a cominciare dal linguaggio in sé (semplice ma preciso, proporzionato all’età di chi ascolta, accattivante, della giusta lunghezza…). Si tratta di buona qualità e di giusta quantità comunicativa.
In catechesi, intendiamo “buona qualità” il “dire il vero”, nel senso che ciò che diciamo non solo è esatto, ma è anche corrispondente a ciò che testimoniamo con la nostra stessa vita. Credere e mettere in pratica tutto ciò che diciamo è fondamentale. È anche importante curare l’aspetto del contenuto (che cosa voglio comunicare), come pure bisogna domandarsi quali obiettivi vanno raggiunti con quell’argomento: bisogna avere ben chiari gli aspetti su cui concentrarsi maggiormente, con quale forza o sensibilità affrontarli e soprattutto collegarli alla realtà conosciuta dai destinatari.
Per quanto riguarda la quantità, invece, non si può essere troppo stringati o riduttivi, ma neppure aiuta essere prolissi, considerando le curve di attenzione delle varie età. Bisogna anche essere pertinenti e non usare un linguaggio troppo ostico. Si tratta più di “tecnica”: quali e quante parole utilizzare, in riferimento anche al tipo di persone che ho di fronte; quali pause fare; quanto spazio dare all’espressione altrui; come gestire un momento di interscambio…  Nella catechesi spesso predomina la tendenza a non ragionare sul tipo di linguaggio, mentre invece dedicare del tempo a rileggere e a pensare al peso delle parole da usare diventa fondamentale nella trasmissione della fede.

Un’altra sfera importante è il FARE: la dimensione operativa e pratica, che riguarda tutto quello che all’interno della catechesi richiama ad una dimensione concreta ed esperienziale. Che cosa facciamo fare ai ragazzi durante gli incontri?
Oltre al disegno e alla scrittura, che cos’altro gli proponiamo di fare?
Abbiamo dei risvolti pratici da dare come rimando ai ragazzi, al termine di una esposizione teorica o dogmatica?
La catechesi necessità più che mai di avere un risvolto pratico, in cui specialmente i bambini possano sperimentare i concetti nella propria quotidianità: così comprendono meglio il messaggio cristiano.
Non è solo una questione di tecniche, ma di capire che cosa quel messaggio cristiano esprime e come lo si può rendere vivo, tangibile e concreto.
Per riuscire a fare questo è necessario prepararsi prima, cercare materiali nuovi, organizzare ogni singolo incontro, fare attenzione alle tempistiche e prepararsi per tempo. Se possibile, è meglio testare anticipatamente l’efficacia di eventuali attivazioni.
Le persone apprendono e comprendono non solo tramite la discussione e la parola, ma anche sperimentando, facendo e operando nel concreto.
Inoltre, l’aspetto del fare ci rimanda alla dimensione esperienziale: ho mai pensato di portare in gita i ragazzi a vedere e vivere la dimensione cristiana in altri contesti diversi dalla mia parrocchia? Ho proposto loro di fare piccoli gesti concreti in riferimento all’argomento trattato?
La catechesi deve parlare in maniera concreta alla vita dei singoli cristiani per aiutarli a capire il messaggio d’amore di Dio, ancora attuale e più che mai applicabile.
Un piccolo consiglio pratico: concludere gli incontri con un gesto pratico, un’immagine o altro che aiuti i bambini a ricordare più facilmente di che cosa si è parlato.

Infine, alla base di tutti questi aspetti, ci dev’essere la solida consapevolezza di ESSERE catechisti. Nessuno, infatti, può dare o trasmettere ciò che non è o che non gli appartiene.
Non bisogna, quindi, «fare la catechista», ma sapere di esserlo! «SONO catechista»: perché fa parte di me, è un campo della mia “carta di identità”.
Non può esserci azione o tecnica senza solide fondamenta. Fuori da scuola, i bambini non hanno bisogno di maestri che insegnino loro altre nozioni, ma hanno bisogno di ascoltare dei testimoni, persone che mostrino loro un modo di essere, reale e che non si legge solo sui libri. Il catechista insegna e dimostra con la pratica, ma soprattutto fa da esempio ai suoi ragazzi. Ma anche la catechesi per adulti non può prescindere da questo caposaldo.

Questi tre aspetti DIRE, FARE e ESSERE hanno come obiettivo primario la RELAZIONE positiva, di crescita ed educativa, perchè tutti noi apprendiamo, conosciamo e capiamo in quanto persone in relazione.

Ti lascio come spunto un brano tratto dalla Conferenza Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi (Incontriamo Gesù – Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, Editrice Elledici, Torino 2014):

«Il catechista è un uomo o donna credente, adulto nella fede. Il catechista ha fatto la scelta fondamentale per Cristo, è capace di comunicarla, è inserito/a in una comunità e sa correlare fede e vita. Il suo servizio alla e nella comunità nasce nella Chiesa locale in piena collaborazione con il proprio Parroco, e trova un ufficiale riconoscimento con il Mandato del Vescovo. La figura del catechista opera in sinergia e in comunione con gli altri operatori pastorali in una comunità ecclesiale a servizio dell’Annuncio.
La ministerialità del catechista è determinata da una vocazione che richiede «una solida spiritualità ecclesiale, una seria preparazione dottrinale e metodologica, una costante comunione con il magistero, una profonda carità verso Dio e verso il prossimo».

Autore: Gabriella Cappelletti

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