Come e perché si narra una storia

Notte come tempo di riflessione: è questo il primo dono del “momento fiaba”. Notte come momento per far emergere quello che il tran tran quotidiano nasconde, come momento di meditazione e comprensione che arricchisce la vita.

Ma perché ciò accada, ci vuole un ambiente adatto. Certo, si medita sul senso della vita anche in metro all’ora di punta (specialmente in metro all’ora di punta); eppure, le storie di tanti pensatori e artisti ci dimostrano che l’anima ha bisogno di silenzio e concentrazione per fiorire.

Anche la relazione ne ha bisogno, per poter crescere. Quando creiamo uno spazio per momenti d’intimità con la famiglia, quando spegniamo cellulari e tv, diamo uno spazio fondamentale alle relazioni, e alle persone con cui costruiamo quelle relazioni diamo un messaggio ancor più fondamentale: “Hai la mia attenzione”.

Una storia si narra… IN UNO SPAZIO TRANQUILLO

Monasteri, santuari, eremi: in molte religioni si costruivano i luoghi di culto lontano dalla città, spesso in posti elevati o di difficile accesso (pensiamo a Mont Saint-Michel, che con la marea resta letteralmente tagliato via dalla terraferma). Anche i non religiosi capivano il valore del ritiro e della solitudine; pensiamo al ritiro nei boschi di Thoreau, per esempio, o alla torre di Carl G. Jung a Bollingen.

Circoscritto, lontano dal quotidiano, senza distrazioni: sono queste le caratteristiche di un luogo adatto alla riflessione e alla meditazione. Perché è nel silenzio, esteriore come interiore, che entriamo in contatto con la dimensione più profonda di noi; perché è attraverso questo silenzio che possiamo crescere. Lo sapevano le fiabe, dove spesso il protagonista deve allontanarsi dal suo solito mondo, con le sue abitudini e i suoi rumori, per scoprire se stesso. O dove i saggi e le guide vivono in torri, castelli, boschi: lontano dalla superficialità, dagli svaghi e dai lussi, perché solo così si acquisisce la saggezza.

Raccontare una fiaba in uno spazio tranquillo, senza telefoni che vibrano o tv in sottofondo ma con il solo suono delle nostre voci, significa insegnare il valore del silenzio e dell’attenzione. Significa insegnare che abbiamo bisogno di disconnetterci dal mondo ogni tanto per riconnetterci a noi stessi e alle persone a noi più care a un livello più profondo. Significa insegnare che, quando creiamo uno spazio per le nostre relazioni, ci diamo spazio anche per crescere.

Il filobus numero 75

«”Non importa, – dichiarò la signora, – arriverò tardi al ministero, avrò una lavata di capo, ma tanto è lo stesso, e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo.” Scese dal filobus, respirando a bocca spalancata l’aria di quello strano mattino, e si mise a fare un mazzetto di ciclamini.»1

Un giorno a Roma il filobus numero 75 devia dal suo percorso e si allontana dalla città. I passeggeri se ne accorgono e protestano con il conducente; quest’ultimo, però, accusa il filobus di star facendo di testa sua. Mentre i passeggeri si preparano ad assaltare il conducente, il filobus si ferma in un prato e apre le porte; pian piano scendono tutti e si dimenticano del lavoro e dei ruoli che ricoprivano, decidendo invece di cogliere quell’occasione per giocare, cogliere i fiori, cercare le fragole.

A un certo punto, il filobus si rimette in moto d’improvviso e tutti risalgono di corsa, diretti verso Roma. Sono convinti di aver passato delle ore nel prato, ma quando controllano l’orologio vedono che non è passato neanche un minuto: d’altronde, se avessero guardato i giornali, si sarebbero accorti che era il 21 marzo, il primo giorno di primavera… quando tutto è possibile!

Fermarsi: nel mondo di oggi, questo sì che ci sembra impossibile! Sempre di corsa, sempre “in movimento verso”, ma in realtà cristallizzati in ruoli e schemi, proprio come i passeggeri del filobus, che si muovono eppure non si muovono, bloccati come sono nell’abitudine. E ci sembrerà assurdo, ma a volte dobbiamo fermarci per poterci muovere davvero, scendere dalla corsa quotidiana e osservare, dare e darci spazio, per non farci trascinare via e fiorire, come fiorisce tutto il mondo il primo giorno di primavera.

Nel prossimo appuntamento scopriremo il terzo dono delle fiabe con un principe e una principessa molto, molto particolari!

[1] Gianni Rodari, Il filobus n. 75, EL, S. Dorligo della Valle, 2013, p. 13.

Autore: Bianca Bressy

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