Come e perché si narra una storia

Spazio per me, spazio per te, spazio per me-e-te: questo è il secondo dono del “momento fiaba”. Un luogo tranquillo, in cui ci sia… spazio per ascoltarsi, ma anche per ascoltare l’altro. Luogo che è esso stesso “altro”, diverso da quello in cui si svolge la vita quotidiana.

Ma oltre al quando e al dove, il raccontare la fiaba ha anche un come che la distingue: la lettura ad alta voce.

Quando vivevamo ancora nelle caverne, avvenne una strana mutazione: la laringe si “abbassò”, così che fummo in grado di articolare più suoni e quindi di comporre parole complesse. Una mutazione rischiosa, perché aumentava sensibilmente il rischio di soffocare. Eppure, poter comunicare con l’altro era così importante che la natura stessa decise che il gioco valeva la candela. Forse perché non comunicare, essere chiusi nella solitudine, è un po’ come morire.

Una storia si narra… AD ALTA VOCE

Nell’immaginario mitico di tutti noi, sin dai tempi antichi, gli uomini si riunivano attorno al fuoco per scambiarsi storie su ciò che era successo e trovarvi insieme un senso. Il significato che veniva attribuito non moriva col gruppo iniziale, ma veniva trasmesso alla discendenza, dalle informazioni basilari (non mangiare quella bacca, se l’animale ha le zanne scappa) a quelle che davano un di più alla vita, di cui pure c’era bisogno (le storie di famiglia).

Quindi, condividere è allo stesso tempo un istinto e qualcosa più di un istinto; un bisogno fondamentale, che permette a qualcosa di noi o della nostra vita di vivere anche in un’altra persona, anche quando noi stessi non ci saremo più.

Ecco perché leggere da soli una fiaba non è la stessa cosa. Chi racconta una storia, prima la fa sua; poi la dona all’altro; vi è una rielaborazione interna, anche nel momento stesso del raccontare, che comunica al figlio non solo la storia in sé, ma anche l’interiorità, lo stato d’animo e i sentimenti del genitore che la sta raccontando. E il figlio, rielaborandola nella propria interiorità, vi reagisce e porta se stesso nella relazione, in un gioco che è anche una danza senza fine.

Enrichetto dal ciuffo

«“Quand’è così” rispose Enrichetto dal ciuffo “sono felice, perché non sta che a voi a fare di me il più bello e il più grazioso degli uomini. […] Basta che voi mi amiate tanto, da desiderare che ciò accada.»1

Una regina partorisce un figlio bruttissimo, Enrichetto; una fata la consola dicendole che suo figlio sarebbe però stato pieno di spirito ed intelligenza, e quindi avrebbe potuto regalarne in abbondanza anche alla persona che avrebbe amato di più. In un regno vicino, un’altra regina partorisce due figlie: la prima bella, la seconda brutta. La stessa fata dice alla regina che per pareggiare le due, la primogenita sarà molto sciocca e la seconda molto spiritosa, ma la prima potrà donare la bellezza alla persona che amerà di più.

Col tempo, la sorella maggiore rimpiange di non essere più intelligente e diventa sempre più malinconica, finché un giorno non incontra Enrichetto. Il principe, innamorato di lei, le rivela che può renderla subito più intelligente e le propone di sposarsi una volta passato un anno.

La ragazza accetta e subito si sente diversa da prima: vivace, spiritosa, piena di buon senso, al punto che adesso tutti i principi che l’avevano snobbata le corrono dietro. Lei però li rifiuta tutti e, passato un anno, vede tornare Enrichetto, che le chiede se è ancora convinta di sposarlo, nonostante sia brutto e deforme. La ragazza però dice che ha imparato ad amarlo così com’è: grazie al potere dell’amore, ella non vede più il suo aspetto esteriore, ma solo la sua bontà d’animo e la sua perseveranza. Poiché il dono della fata alla ragazza non era altro che il dono che fa l’amore.

Un condividere che non chiede nulla in cambio: è la gratuità di questo dono a cambiare le carte in tavola. La consapevolezza di essere amati è ciò che permette alla ragazza di scoprire in se stessa qualcosa che non credeva di possedere e al tempo stesso la spinge a vedere sotto un’altra luce la persona che ha davanti. I due pensano di essersi scambiati ciò che già avevano in abbondanza, ma in realtà ciò che si sono donati è la possibilità di vedersi attraverso gli occhi pieni d’amore di un altro.

Nel prossimo appuntamento sarà una storia di Andersen a illustrarci a modo suo qual è il quarto dono delle fiabe!

[1] Carlo Collodi, I racconti delle fate, Gallucci, Roma, 2013, p. 117.

Autore: Bianca Bressy

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