Come e perché si narra una storia

Usare la voce “alta” per comunicare e comunicarsi, e creare così relazione: questo è il terzo dono del “momento fiaba”. In quel momento non condividiamo solo un tempo e uno spazio, ma anche noi stessi; e per ogni parola che diciamo, si tesse pian piano un filo tra noi, e su quel filo danziamo la danza, e anche il gioco, della relazione.

Il gioco? Be’, in fondo quando si racconta una fiaba si gioca, no? Si recitano le parti, si fanno le voci dei personaggi, si mima e si esagera quel che accade… È così in fondo che funziona la fantasia, che gioca sui se e sui ma, e anche se il bambino in età da fiaba vuole sentirsi grande, la sua modalità è ancora quella del gioco e della fantasia, degli incantesimi e dei draghi. È il modo stesso in cui la fiaba gioca con la realtà a renderla così attraente a quell’età.

In fondo, la fantasia serve anche nella relazione. Più che la fantasia, forse, l’immaginazione: quella capacità che ti apre l’orizzonte, ti fa vedere quello che non c’è (o che non vedi). Quella capacità che proietta te, l’altro e la relazione nel tempo del futuro, e che porta con sé il profumo nuovo della fiducia e della possibilità.

Una storia si narra… DIVERTENDOSI

Sfatiamo un mito: non tutte le fiabe hanno una morale.

Molte di loro sono nate come avvertimento, vero: non uscire la notte, non fidarti degli sconosciuti, fai attenzione al lupo cattivo! Ma tante altre avevano solo uno scopo, se scopo vogliamo chiamarlo, e cioé divertire.

A volte caschiamo in un tranello, pensando che tutto debba servire a qualcosa, e che se non serve allora non è utile e quindi non è “serio”. Ma il gioco è una cosa seria per i bambini: basta guardarli in volto mentre giocano! Perché quando è un bel gioco fa star bene, dà energia, fa sperimentare la leggerezza, che non è il prendere tutto sottogamba ma sapersi distaccare dagli eventi e vederli con le lenti dell’obiettività e dell’adattabilità. A considerarli parte del gioco, come gli Imprevisti e le Probabilità.

L’acciarino magico

«Una sera si trovò a fare l’inventario del poco che gli era rimasto e vuotando le tasche si accorse di non aver mai usato l’acciarino della strega. Lo sfregò e allo sprizzo della prima scintilla di colpo gli comparve davanti il cane con gli ochi grandi come tazzine da tè.»1

Di ritorno dalla guerra, un soldato incontra una strega, che gli chiede di calarsi in un albero cavo per recuperare un acciarino; in cambio, potrà prendersi tutto l’oro custodito nelle tre camere sotto l’albero. Il soldato scende, ammansisce i tre enormi cani a guardia del tesoro e, una volta tornato su, taglia la testa alla strega per tenersi anche l’acciarino.

Ora ricchissimo, il soldato vive nel lusso e decide di incontrare la figlia del re del suo paese; infatti il re, un vero tiranno, la tiene rinchiusa in una torre sin da quando una profezia disse che la figlia avrebbe sposato un umile soldato. Ma nel frattempo ha sperperato il tesoro e finisce per perdere tutto: casa, amici, soldi. Gli resta solo l’acciarino che, così scopre, può richiamare i tre mastini che aveva trovato a guardia del tesoro. Così il soldato manda uno dei cani a rapire la principessa, la bacia e poi la rimanda al castello affinché nessuno si accorga di cos’è successo. La principessa però se lo ricorda e, pensando che si sia trattato di un buffo sogno, lo racconta a sua madre. Alla fine i genitori scoprono il soldato, lo fanno catturare e lo condannano al patibolo; all’ultimo, però, il soldato usa l’acciarino per chiedere aiuto ai cani. Questi uccidono il sovrano tiranno e il soldato e la principessa possono infine sposarsi, con gran gioia del loro popolo.

Mastini giganteschi e ringhiosi, streghe decapitate, tiranni e patiboli: difficile credere che una fiaba con questi elementi possa essere allegra! Eppure Andersen la racconta con humor, giocando appunto, usando la fantasia per creare una storia che sia divertente, al di là di tutto. La paura e la rigidità non possono essere “tiranne” della vita; sono il gioco e il divertimento a insegnarci come reagire positivamente alle difficoltà, e a vedere il potenziale anche nei mastini grandi come la torre di Copenaghen.

Nel prossimo appuntamento sarà una “fiabista” contemporanea a mostrarci con cinque fiabe qual è il quinto dono!

[1] Hans Christian Andersen, Fiabe, Einaudi, Torino, 2005

Autore: Bianca Bressy

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