Come e perché si narra una storia

Sperimentare la leggerezza del gioco: questo è il quarto dono del “momento fiaba”. Come nel gioco, infatti, anche nelle storie ci sono gli imprevisti; eppure, è distaccandocene e provando a vedere oltre che quegli imprevisti si trasformano in occasioni.

I conflitti e gli ostacoli fanno parte anche delle relazioni, quella tra genitore e figlio compresa. E come nelle storie, anche in una relazione il conflitto può diventare un’occasione di cambiamento, non solo delle persone ma anche del legame tra loro due. Non è l’assenza di conflitti a indicare quanto è sana la relazione, infatti, ma è come le persone coinvolte decidono di inquadrare e affrontare quel conflitto a renderlo costruttivo oppure no.

In fondo, il gioco ci dimostra anche questo: che senza ostacoli non ci si diverte, perché non c’è più senso nel giocare. Tutto fila liscio, senza scossoni ma anche senza novità. Viene a mancare il desiderio di riprovarci, di tentare una nuova strada o di fare qualcosa di nuovo su quella vecchia. Senza ostacoli, viene a mancare la creatività. E la relazione ha bisogno di creatività perché è una cosa viva, cambia, si trasforma. Come la fiaba.

Una storia si narra… CREANDO

I fratelli Grimm, Perrault, Andersen, Rodari: quando pensiamo alle fiabe, sono loro i primi che ci vengono in mente. Ma non sono gli unici, e le loro non sono le uniche fiabe “valide”. Perché il mondo è cambiato da allora, e così pure i bambini. Una volta avevano paura del bosco, del buio, degli estranei; adesso la paura si annida anche nello schermo di un computer o nel giardino di casa. Anche se i temi di fondo sono gli stessi, dalla paura di essere esclusi al timore dell’ignoto al bisogno d’indipendenza, le fiabe sono cambiate, e devono cambiare, per poter essere efficaci.

Pensiamo anche a quando un figlio chiede di risentire la stessa fiaba, ma poi interviene, prova a cambiarla o vuole che il genitore vi aggiunga qualcosa di nuovo. Non lo fa per noia, bensì per ravvivarla, per renderla sua. Nell’esercitare la creatività, acquisisce fiducia nelle proprie possibilità di far fronte a ciò che succede e si sperimenta nelle stesse situazioni, ancora e ancora, ma ogni volta con un po’ più di esperienza e una prospettiva un po’ diversa.

Essere creativi vuol dire connettere i puntini e disegnare una figura là dove c’era il caos; vuol dire vedere qualcosa che prima non c’era, o forse era lì ma in forma nebulosa; vuol dire avere il coraggio di scoprire lati di un’altra persona che ormai davamo per scontata. Essere creativi in una relazione vuol dire avere il coraggio di ricrearla e reinventarla ogni giorno, con occhi nuovi. Solo così essa acquista vitalità e cresce, e noi con lei.

Le fiabe di Beda il Bardo

«Immediatamente si udì un fracasso venire dalla cucina. Il mago accese la bacchetta e aprì la porta; con sommo stupore, vide la pentola del padre: le era spuntato un unico piede di ottone e saltellava sul posto, in mezzo alla stanza, producendo uno spaventevole baccano sulle pietre del pavimento. Il mago le si avvicinò meravigliato, ma fece un balzo all’indietro quando vide che l’intera superficie della pentola era coperta di verruche.»1

Cinque fiabe uscite dalla penna della creatrice di Harry Potter, e che rivisitano vecchi motivi fiabeschi attraverso le lenti (fittizie) di un autore del mondo dei maghi: la tolleranza e la bontà, la ricerca della felicità, l’amore, la punizione dei cattivi e il significato della morte.

Una fiaba racconta di un padre, un figlio e una magica (ma molto scomoda) eredità; un’altra, il viaggio di quattro infelici alla ricerca della fonte della buona sorte. La terza descrive l’orribile fine di uno stregone malvagio che non conosceva amore, mentre nella quarta un ciarlatano che voleva farsi ricco a spese del re e dei veri maghi finisce per essere smascherato. E infine nell’ultima fiaba, “La storia dei tre fratelli”, anche al centro dell’ultimo libro della saga di Harry Potter, tre fratelli incontrano la Morte e le chiedono tre doni che l’avrebbero sconfitta… o così pensavano.

Come tutte le fiabe, anche queste hanno un lieto fine (e a volte no) e una morale (e a volte più di una). Quel che conta è che, come tutte le fiabe che le hanno precedute, anche queste sono universali, perché l’uomo cambia ma le domande restano sempre le stesse e sempre chiedono di ricevere una risposta.

[1] J.K. Rowling, “Il mago e il pentolone salterino” in Le fiabe di Beda il Bardo, Salani, Milano, 2008. 

Autore: Bianca Bressy

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