Come e perché si narra una16 storia

Esercitare la creatività per ridare vitalità: questo è il quinto dono del “momento fiaba”. Non accettare il dato di fatto, saper guardare da un’altra prospettiva… spesso è proprio questo salto mentale a salvare la situazione e rovesciare in positivo le sorti del protagonista.

In fondo, noi stessi siamo una creazione in corso d’opera perché cambiamo ogni giorno; a volte di poco, altre tantissimo, ma sempre siamo diversi da chi eravamo ieri. Ed è il sentiero tracciato da questi miliardi di cambiamenti a costituire la nostra unicità.

Per questo motivo dobbiamo essere creativi quando raccontiamo la stessa fiaba centomila volte: perché di fronte a noi non c’è centomila volte la stessa persona.

Una storia si narra… A UN FIGLIO

Uno, nel senso di unico: non perché non si possa raccontare una storia a più figli assieme, ma perché ognuno di loro è una persona unica, con i suoi talenti e i suoi desideri. E ogni sera è sempre un po’ diversa, arricchita dalle esperienze del giorno e quindi con qualcosa in più da scoprire ed elaborare. Per cui, la sera è un momento per lui, e per il mondo che si porta dentro.

Ma è anche e soprattutto per un figlio. Un figlio che siamo chiamati a educare, a prepararlo ai compiti che la vita gli chiederà, a cominciare dallo scoprire se stesso e trovare il proprio posto nel mondo. Così sono i figli delle fiabe: sulla soglia, costretti dalla vita a uscire e cercare la loro direzione, quella che solo loro possono scegliere.

Le tre piume

«Scesero in giardino e il re gettò all’aria le tre piume. Il vento trasportò la prima verso oriente, la seconda verso l’occidente, e la terza, dopo essersi vibrata un po’ per l’aria, si posò a terra. Era la piuma di Sempliciotto e i due fratelli risero vedendo il minore condannato a rimanere lì dov’era.»1

Ormai vecchio, un re non sa chi dei suoi tre figli merita di succedergli. Decide perciò di metterli alla prova e, lanciate tre piume in aria, ordina ai figli di scegliere ognuno una delle direzioni indicate dalle piume e di trovare il tappeto più bello: chi ci riuscirà, diventerà re. Il maggiore segue la prima piuma verso oriente, il secondo va a occidente; ma all’ultimo, detto Sempliciotto perché ingenuo e trasognato, va abbastanza male perché la piuma cade nel giardino del castello. Ciònonostante, quando va a vedere trova una botola nascosta e, sotto la botola, una sala piena di ranocchie. La regina delle ranocchie gli dà in regalo un tappeto bellissimo, che fa un figurone di fianco ai due stracci che i fratelli hanno arraffato appena fuori dalle mura del castello.

Furiosi, altre due volte i fratelli chiedono di ripetere la prova delle piume, una volta per trovare un anello degno di un re e l’altra la sposa più bella, e ogni volta è Sempliciotto a trionfare con l’aiuto della regina ranocchia. Alla fine, i fratelli appendono un cerchio al soffitto e decidono che solo la sposa che riuscirà a saltarci attraverso potrà essere regina. Le loro due spose, due contadinotte, si rompono le gambe; la sposa di Sempliciotto invece, una ranocchia divenuta umana, vince la prova e diventa perciò la degna compagna di re Sempliciotto.

Diventare gli adulti che sono destinati a essere: è questo il compito dei tre fratelli. Un compito simboleggiato dalle piume, da ali necessarie per spiccare il volo, ognuno nella direzione giusta per sé. Solo che due di loro vogliono la “corona”, la padronanza cioé della propria vita, senza sforzarsi davvero, e lo fanno cercando a oriente e a occidente, lontano da se stessi. Solo Sempliciotto ha il coraggio di restare lì dov’è, in quel momento, e scavare e scavare alla ricerca della verità. E sarà sottoterra che troverà i suoi talenti, necessari per diventare re: il tappeto, il saper tessere la propria vita secondo un disegno; l’anello, il riconoscimento che solo con gli altri si vive; la sposa, il lato di sé che permette di saltare ogni ostacolo.

[1] J. e W. Grimm, “Le tre piume” in Tutte le fiabe, Newton Compton, Roma, 2006

Autore: Bianca Bressy

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