Come e perché si racconta una storia

Accogliere la nostra unicità: questo è il sesto dono del “momento fiaba”. Un’unicità che porta in sé anche la responsabilità, perché se nel nostro essere umani siamo comunque tutti unici, allora solo noi possiamo scrivere la nostra storia.

Solo noi, ma non nel senso di farlo da soli! Nelle fiabe il protagonista inizia sì da solo, e poi lungo la strada incontra i cosiddetti aiutanti magici: persone e creature che a lui sembrano dotate di poteri straordinari e che gli fanno un dono per aiutarlo nella sua strada.

Ma cosa fare quando quella storia si blocca? Cosa fare, quando sulla via troviamo un mostro che sembra così tanto più grande di noi?

Una storia si narra… NONOSTANTE LA PAURA

Perché ogni fiaba ha il suo mostro? Di solito, la risposta è che una volta le fiabe servivano a passare avvertimenti ai bambini in una forma a loro comprensibile (non fidarti degli estranei, stai lontano dai boschi e dai fiumi). E dunque, il mostro raffigurava il pericolo causato da queste situazioni. Eppure…

Eppure, orchi e streghe non si nascondono solo nei boschi: sono le matrigne cattive, i re che non cedono la corona, gli sposi e le spose che si allontanano ogni notte… Sono il lato oscuro dell’uomo, anche di quelli che ci vogliono bene, un lato che non possiamo evitare e con cui dobbiamo fare i conti, prima o poi. Anche se non vogliamo. Anche, e soprattutto, se non ci crediamo.

Perché la fiaba ce lo dice: dal mostro non sfuggiamo. Non sfuggiamo perché non possiamo evitarlo: il male fa parte della vita, e la nostra unica scelta è come decidere di affrontarlo. Ma la fiaba ci dice anche questo: che la paura si può superare, e sopravvivere.

Barbablu

«Ma le ragazze non volevano saperne nulla[…], non avendo intenzione di sposare un uomo che aveva la barba blu. La cosa poi che più di tutto faceva loro ribrezzo era quella che quest’uomo aveva già sposato diverse donne e di queste non s’era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto.»1

C’era una volta un uomo, ricco oltre ogni immaginazione, che voleva sposare una delle figlie della vicina di casa; ma l’uomo aveva la barba blu, e questo spaventava a tal punto le ragazze che non ne volevano sapere nulla di lui. Ma poi, a furia di corteggiarle e mostrare loro le sue ricchezze, Barbablu riuscì a convincere la più giovane delle sorelle a sposarlo e se la portò a casa.

La ragazza visse da regina, finché un giorno Barbablu non dovette allontanarsi per un viaggio. Prima di lasciarla, le consegnò un mazzo fitto fitto di chiavi, dicendole che poteva usare tutto quello che avrebbe trovato nel castello; l’unica chiave che non doveva usare era quella più piccola, che apriva una stanzetta in fondo a un corridoio.

Una volta da sola, la ragazza organizzò una festa magnifica con la sorella e le amiche per vantarsi delle sue ricchezze, ma non riuscì a godersi la loro invidia. Si arrovellava invece sul contenuto della stanzetta proibita, e la curiosità la tormentava così tanto che alla fine decise di aprirla lo stesso. Oh, che orrore! La stanza era un lago di sangue, e sul pavimento giacevano sgozzate tutte le mogli scomparse di Barbablu.

La ragazza richiuse la porta, ma la chiave si era macchiata di sangue e non si riusciva a pulire. Quando tornò, Barbablu se ne accorse subito e decise di uccidere sua moglie come le altre. Questa, in un ultimo disperato tentativo, chiese del tempo per pregare, sapendo che i suoi fratelli quel giorno sarebbero venuti a trovarla. La donna li attese a lungo, ma solo quando Barbablu venne a ucciderla i due fratelli comparvero e lo uccisero, liberando la sorella da quell’incubo e rendendola unica erede di tutte le ricchezze di quell’uomo così crudele.

Una volta vissuta la paura, non se ne può più liberare. Non si può più far finta di niente e continuare a credere che il male non esista; come il sangue sulla chiave che non se ne va, qualunque nostro tentativo di cancellarla o ignorarla non la farà mai scomparire. Ma il punto non è cancellarla, bensì affrontarla: viverla appieno, in tutto il suo orrore, per poterne uscire. La protagonista avrebbe potuto vivere nell’ignoranza per sempre, e restare dipendente dal marito, oppure Barbablu l’avrebbe uccisa comunque. Invece, seguendo la curiosità, ha aperto la porta che non doveva aprire e ha visto il male in faccia. La prima reazione è d’orrore, e di allontanamento; ma la paura esige di essere affrontata. Non da soli, no, ma con la consapevolezza che solo adesso che la conosciamo possiamo uscirne. E che, al di là di essa, c’è la libertà.

[1]C. Perrault, “Barbablu” in Le più belle fiabe di Perrault, Giunti, Prato, 2004.

Autore: Bianca Bressy

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