Come e perché si racconta una storia

Imparare a vivere con e oltre la paura: questo è il settimo dono del “momento fiaba”. Forse un dono scomodo, ma senza di esso non potremmo diventare consapevoli che sì, il male esiste, ma noi abbiamo gli strumenti e gli alleati per combatterlo.

Purtroppo, rendersene conto da bambini è difficile. Lo psicologo Lawrence Cohen la chiama “torre dell’impotenza”: la sensazione, di fronte alle capacità degli adulti, di non poter far fronte alla vita con la stessa abilità, di farcela con le proprie forze. Noi adulti lo sappiamo che i piccolinon possono ancora farcela da soli, ma loro no; e di fronte a questa loro impotenza si chiudono alla vita, si tirano indietro oppure reagiscono con rabbia e frustrazione.

Il punto, dice Cohen, è che da quella torre i bambini da soli non ci usciranno mai. L’unica chiave per farli uscire è in mano ai genitori.

Una storia si narra… PERCHÉ C’È UN GENITORE A FARLO

Da un lato, i bambini hanno voglia di crescere: vogliono fare tutto quello che fanno gli adulti e sentirsi incoraggiati a esplorare le loro potenzialità. Dall’altro, hanno anche bisogno che quegli stessi adulti siano pronti a sorreggerli quando sono scoraggiati e facciano contenimento quando esprimono sentimenti come la rabbia e la tristezza, così intensi e spaventosi per loro.

Quando manca uno di questi due elementi, nei bambini scatta l’impotenza. O non sentono fiducia nelle proprie capacità e dunque non la sviluppano, oppure si spaventano per non riuscire a controllare (ed essere controllati!) e non imparano a gestire le emozioni. Questo vale anche nell’adolescenza, quando la spinta all’autonomia si fa più forte e i ragazzi non sembrano più volere i genitori al loro fianco; eppure, basta pensare a quanto spesso rischiano di chiudersi nella loro “torre-camera” quando sono in difficoltà!

Per loro è difficile rompere quella sensazione d’impotenza perché sono isolati, “disconnessi” come scrive Cohen. Ma un ragazzo che ci chiude fuori non è che vuole restare solo; sta cercando la connessione, anche se non ce la fa a chiederlo chiaramente. E la connessione, quando è costruita e rinforzata ogni giorno, fa sentire il ragazzo che anche nei momenti più difficili qualcuno ci sarà sempre per lui.

Vassilissa la Bella

«“Ascolta le mie ultime parole, e ubbidisci alle mie ultime volontà. Prendi questa bambola, è il mio dono per te con la mia benedizione materna; conservala con cura, non mostrarla a nessuno, e nutrila quando ha fame. Se ti troverai in difficoltà, chiedile aiuto, essa ti dirà che cosa fare.” Poi la donna strinse forte a sé la figlia e morì.»1

Vassilissa aveva otto anni quando sua madre morì, lasciandola solo con una bambola come benedizione e la promessa di tenerla sempre con sé. Tempo dopo suo padre si risposò, ma la matrigna e le sorellastre odiavano Vassilissa e la obbligarono a fare lavori ingrati, che però la giovane svolgeva in fretta con l’aiuto della bambola. Un giorno, approffittando dell’assenza del padre, la matrigna mandò Vassilissa nella foresta a cercare una terribile strega, Baba Jaga, per farsi dare un tizzone con cui riaccendere il camino.

Quando Vassilissa trovò la strega, questa però le ordinò di servirla per un po’; se fosse stata brava le avrebbe dato ciò che voleva, altrimenti se la sarebbe mangiata. Ogni giorno Baba Jaga le dava sempre più incombenze, ma per fortuna la bambola aiutava Vassilissa a finire tutto in tempo, tanto che alla fine la strega decise di rimandarla a casa, dandole in dono un teschio con gli occhi ardenti.

Una volta a casa, Vassilissa scoprì che davvero la matrigna e le sorelle non erano più riuscite ad accendere il camino; quando però queste videro il teschio, fuggirono spaventate e il giorno dopo di loro rimasero solo le ceneri.

In attesa del padre, Vassilissa andò a lavorare da un’anziana signora in città. Con l’aiuto della bambola creò una bellissima tela di lino, che la signora regalò allo zar. Lo zar voleva farne delle camicie, ma tutti i sarti avevano paura a toccare quella tela così pregiata, così lo zar ordinò a Vassilissa di farne delle altre. Stupito dalla sua abilità, alla fine lo zar se ne innamorò e si sposarono.

Come le matrioske: una bambola, molti significati. La sua consegna da madre a figlia è un passaggio; nel morire, cioé nel rendere Vassilissa indipendente, la madre le suggerisce che i suoi insegnamenti e i suoi valori resteranno comunque dentro di lei, e a quelli potrà aggrapparsi nei momenti più difficili. Ma la bambola è anche vestita come la figlia, una piccola Vassilissa, e dunque Vassilissa diventa madre di se stessa. Pur senza abbandonarla del tutto, la madre avvia la figlia all’autonomia e alla conoscenza di se stessa e delle sue capacità, affinché possa scoprire il suo valore e trovare il suo posto nel mondo.

[1]C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli, Milano, 2011.

Autore: Bianca Bressy

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