Come e perché si racconta una storia

Vedere che i tuoi genitori cercano la connessione con te ogni giorno: questo è l’ottavo dono del “momento fiaba”.

Il bambino imparerà crescendo a gestire le emozioni più difficili, ma all’inizio si sentirà spesso preda dell’impotenza, dello scoraggiamento e della paura. E dato che non saprà cosa farsene, sarà tentato di ritirarsi in se stesso oppure di scaricarle su chi gli sta intorno, genitori compresi. È in quel momento che vedere i suoi genitori contenere quelle emozioni, saperle accogliere senza esserne turbati, lo rassicurerà più di mille parole.

Soprattutto, ed è questo l’ultimo dono, lo rassicurerà vedere che, non importa quanti capricci, non importa quanti litigi e lacrime e casini siano successi durante la giornata, i suoi genitori chiuderanno sempre il giorno con un bacio.

Una storia si narra… COME UN BACIO DELLA BUONANOTTE

Il bacio è una chiusura: perché come uno spettacolo, una giornata può essere stata meravigliosa, ma tutti noi abbiamo l’amaro in bocca se non c’è una chiusura alla stessa altezza di quello splendore.

Il bacio è anche un’apertura: prima che si spengano le luci, prima che si chiudano gli occhi, il bacio della buonanotte già in sé ne promette un altro al risveglio.

Infine, il bacio è una promessa: oggi puoi avermi fatto impazzire, ma questo non cambia l’amore che provo e proverò sempre per te.

L’orso della luna crescente

«“Devi dunque arrampicarti su per la montagna, trovare l’orso nero e portarmi un pelo della luna crescente che ha sulla gola. Allora potrò darti quel che ti occorre, e la vita tornerà a essere bella”. Molte donne si sarebbero scoraggiate, avrebbero ritenuto impossibile quell’impresa. Ma lei no, perché era una donna che amava.»1

Un giovane soldato torna profondamente cambiato dalla guerra; non mangia, è sempre arrabbiato e non vuole stare con gli altri. Sua moglie va da una guaritrice a chiedere consiglio e questa le promette una pozione magica, a patto che le procuri un pelo dell’orso della luna crescente.

La donna s’incammina su per la montagna indicatole, facendosi strada tra paesaggi sempre più ostili, finché non trova la tana dell’orso. L’orso è una creatura terribile, enorme e ringhiante; la prima notte, la donna gli lascia del cibo sulla soglia della tana e si nasconde finché l’animale non ha mangiato tutto. La notte dopo, la donna si nasconde ma a metà strada tra la tana e il suo rifugio; la terza, si ferma sulla soglia, vicino alla ciotola. L’orso all’inizio le ringhia addosso e fa per aggredirla, ma nonostante la paura la donna resta al suo posto e lo implora di darle un pelo della sua pelliccia per curare il marito. Dopo averci pensato un po’, l’orso acconsente e scopre il collo perché possa strappargli un pelo, poi le ringhia contro per il dolore e le ingiunge di andarsene.

Una volta tornata a casa, la donna dà il pelo alla guaritrice, che dopo averne confermato la provenienza lo getta nel fuoco e le dice: “Ti ricordi tutte le traversie che hai attraversato per raggiungere l’orso? Di come hai fatto a conquistartene la fiducia? Bene, torna a casa e comportati così con tuo marito”.

“Arigato zaisho”, cioè “grazie”: lo canta la donna alla montagna e agli alberi, ma anche alle spine e ai sassi aguzzi, agli uccelli neri e alla tormenta di neve. Non importa quanto sia grande l’ostacolo, lei ringrazia perché è “una donna che ama”: una donna che sceglie di amare in ogni momento, a ogni passo, a ogni respiro. Di fronte alla collera e al dolore del marito, anche lei ha paura, non è più certa che basti amare per nutrire una relazione sul punto di spezzarsi. Allora la guaritrice la invita a compiere un viaggio, fino alla tana dell’orso, non perché trovi una cura miracolosa, ma perché si ricordi che la cura è la ricerca, il processo, il passo da fare ogni giorno. L’amore forse non salva la relazione, ma di sicuro la salva la scelta di amare.

[1]C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli, Milano, 2011.

Autore: Bianca Bressy

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