Tra smartphone benedetti e relazioni reali

Il fatto

Domenica 5 febbraio 2017, al termine della Messa, il parroco di una comunità vicino a Città di Castello ha benedetto smartphone, tablet, computer e tutti coloro che li utilizzano, per invitare ad un uso più consapevole e positivo.

I mezzi

L’episodio ci permette di fare una riflessione sul rapporto tra le tecnologie e la comunità parrocchiale. Procediamo per gradi e partiamo dal mezzo, dall’oggetto: il cellulare di ultima generazione o il computer, a volte, sono etichettati come oggetti privi di valori positivi, o addirittura come qualcosa che “uccide” i buoni princìpi. Percezione ingiustificata? Assolutamente no. È innegabile che in alcuni casi portino le persone ad isolarsi, ad avere un attaccamento eccessivo alla materialità (o allo strumento stesso) e, nei casi peggiori, ad imbattersi in realtà o “norme” di vita decisamente negative, dannose, pericolose, truffaldine… Ma il mezzo telematico in sé non può essere visto in maniera assoluta come il “male”, altrimenti sarebbe fin troppo banale dedurre che la sua eliminazione (cioé il suo non utilizzo) sia la soluzione a tutto. Invece, ci piace pensare che anche questo nostro lavoro educativo sul portale dello Spiazzo.it sia un esempio di come la tecnologia sia da utilizzare assolutamente, per obiettivi alti e positivi.

Uno sguardo ai ragazzi

I giovani di oggi in molti casi non comunicano guardandosi negli occhi; preferiscono comunicare attraverso una chat: pensano che avere l’ultima versione di smartphone in circolazione sia sinonimo di “ricchezza/valore personale”, oppure hanno tanti amici su Facebook e ben pochi nel quotidiano.

Per fortuna non è un quadro assoluto e generale, ma purtroppo in tanti contesti è un quadro che non si allontana per nulla dalla realtà. E non è rassegnandosi a questa situazione che si aiutano i ragazzi.

Nonostante tutto, anche se in alcuni casi può sembrare una chimera, c’è la reale possibilità di accogliere nelle attività di una comunità parrocchiale anche quegli strumenti che spesso vengono percepiti come fonte di pericolo. Qual è la discriminante che li rende innocui? Naturalmente, è l’uso che se ne fa, non la loro presenza in sé.

I vantaggi della tecnologia e l’utilizzo “giusto”

Il primo passo è proprio lasciar entrare, non bandire categoricamente, il cellulare o altre apparecchiature in alcune attività anche catechistiche o di gruppi in formazione. Non rifiutiamo di aprirci all’uso del computer e, congenitamente, all’uso del web. Se ci sono disponibilità e apertura, allora c’è il punto di partenza per una buona gestione delle criticità, che pure non esitiamo a confermare che esistono e talvolta si spingono fino ad essere dei veri e propri pericoli. Entrare più a fondo in contatto con queste tecnologie, e farlo con degli esperti e con degli educatori, è utile al ragazzo, è utile per l’attività, è utile per chi gestisce entrambi.

La tecnologia ha dei vantaggi insindacabili, se usata con proprietà, criterio e coscienza.

Sarebbe sbagliato “demonizzare” lo strumento tecnologico in sé, solo perché non lo si conosce bene, o perché non appartiene ai modus operandi di precedenti generazioni. In questo modo, si finirebbe per dipingere in maniera negativa non solo lo strumento, ma di riflesso i giovani stessi che, fuori dall’ambito parrocchiale li usano comunque. Quei ragazzi, nel ventunesimo secolo, fanno dell’uso dei device un metodo di vita (certo, il rischio è che il metodo diventi stile…): la chiave di dialogo con loro è dunque offrirgli la possibilità dell’utilizzo anche in contesti parrocchiali, pastorali, formativi… a patto che tale utilizzo sia accompagnato da sani spunti per usarli in favore del bene e dei buoni propositi.

L’uso del cellulare o del computer, per sua natura, dà la possibilità di recepire e trasmettere un messaggio ad una velocità notevole: in questo modo crea un principio di relazione e permette a diverse persone di comunicare.

Aprirsi alla tecnologia significa comunicare con i giovani attraverso il loro linguaggio e con le loro modalità, porsi sulla stessa linea, stabilire maggior empatia tra ragazzo e catechista. Non per aderire ad uno stile, ma per condividere un mezzo e migliorare lo stile. Nell’esempio della comunicazione di prima, certamente il cellulare e il PC possono anche esercitare una funzione iniziale di relazione: all’educatore (catechista oppure no) spetta il compito di non sminuirla, ma contestualmente, spetta anche il compito di renderla non assoluta. Ovvero, guardando e analizzando tutti assieme (anche a catechismo) una qualsiasi social-room o lo strumento del WhatsApp, si crea l’occasione per magari spiegare ai ragazzi non che “Facebook” è cosa cattiva, ma certamente che “l’amicizia su Facebook” è una cosa, mentre l’amicizia vera, reale e duratura è tutta un’altra cosa. “L’amicizia su Facebook” è uno strumento (di cui non abusare e di cui non essere schiavi); l’amicizia vera non è uno strumento. E’ la tua stessa esistenza, che si compone e si impreziosisce della vita di altre persone vicine, care, sinceramente legate al tuo essere. L’amicizia su Facebook rischia di diventare un counter del successo, fine a se stesso; il numero di volte che ti incontri con un amico per davvero è invece l’unico dato quantitativo che migliora la qualità del tuo esistere e del tuo crescere.

Soprattutto al giorno d’oggi, essere troppo rigidi e vietare categoricamente l’uso di certi strumenti crea quel distacco, quel “salto” generazionale che può solo danneggiare di più la relazione (specie se abbiamo il compito di instaurare una relazione educativa). Per il tempo in cui viviamo, probabilmente la trasmissione del messaggio evangelico è più difficoltosa rispetto al passato: ulteriore mancanza di apertura verso il mondo dei giovani non faciliterebbe certo la strada. Ovviamente, il messaggio non può e non deve sottostare ai tecnicismi e alle derive dello strumento con cui lo si invia. Non si fa catechismo tramite WhatsApp, ma si può usare il metodo del messaggino veloce in una attivazione specifica del catechismo (“scrivi un whatsapp a Gesù” è un altro modo di dire a dei nativi digitali: “parla con Gesù”).  

Spunti pratici

  • È compito del catechista, e più in generale dell’intera comunità educante della parrocchia, riuscire a dare alla comunicazione la direzione giusta, ad esempio controllando che uso si fa di internet, quali sono i messaggi whatsapp che circolano per scopi comunitari, pur senza togliere in assoluto la possibilità di usare gli strumenti in questione, salvo episodi specificatamente gravi.
  • Oltre al controllo (che può nascere solo se prima si sono condivise delle regole chiare), si può pensare a dei modi per far entrare i computer (o più facilmente i cellulari) nel contesto degli incontri di catechismo, cosa molto più efficace per i più grandicelli, evidentemente.
    Ad esempio, si può creare un gruppo WhatsApp della classe di catechismo, con cui comunicare sì delle informazioni di servizio, ma magari anche per scambiarsi delle piccole preghiere da condividere con altri, o addirittura per condividere dei pensieri che nascono dalle singole quotidianità, ma che in qualche maniera sono legate ai temi trattati a catechismo.
    “Oggi sono andata a trovare mia nonna in ospedale e abbiamo giocato a carte.” è un whatsapp che per l’autore, ma anche per il resto del gruppo, avrebbe un significato, se contestualizzato al fatto che a catechismo si sta parlando delle Opere di Misericordia. E il catechista potrebbe rielaborarlo in relazione proprio al tema in corso all’incontro successivo.
  • Un’altra idea può essere (non tanto per il catechismo, ma per un gruppo post-cresima in formazione) quella di creare delle cartelle condivise di word/excel -cui ovviamente possa accedere anche l’educatore- che accomunino il gruppo e siano utili per proporre idee per incontri successivi, per rilanciare con personali opinioni su tematiche appena affrontate, per condividere pensieri e discussioni su problemi per cui serve un confronto collettivo.

Autore: Federica Crovella

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