Quando si parla di feste e di comunità, nasce una di quelle classiche dicotomie tra catechesi e animazione che suggeriscono proprio una specie di frattura tra le due, spesso dovuta in realtà a una non chiara comprensione dei due termini.

Certo che finché penseremo alla catechesi come a una didattica, anziché a un incontro che fa eco a un altro incontro, e all’animazione come puro intrattenimento senza nessun messaggio, non riusciremo a cavarne molto. E le feste, proprio perché nell’immaginario collettivo sono di accompagnamento, tipiche dell’animazione, di solito vedono una scomparsa dei catechisti, mentre questi richiamano la precettazione degli animatori solo quando si tratta della festa di fine anno catechistico e così via. Inoltre, la catechesi spesso considera la festa legata alla celebrazione eucaristica, che pure avendo un atteggiamento festivo nel senso più bello del termine, poco viene vista come festa dai ragazzi e dai bambini.

In realtà, la catechesi può davvero dare molto alle feste. Possiamo perciò fare tre passi di riflessione:

  1. Le feste erano ben viste da Gesù. Il primo miracolo avviene a una festa di matrimonio; Gesù sale per le feste di precetto ebraiche. La stessa tipologia delle feste ebraiche e cristiane riprende le feste umane: la Pasqua cristiana, che si fonda su quella ebraica, a sua volta si fonda su quella pagana che era il festeggiamento del passaggio dall’inverno alla primavera. Il Natale cristiano si fonda sul dare un nuovo significato alla festa del sole invitto, invincibile, che dopo il solstizio inverno, quando la notte è più lunga del giorno, festeggiava la rinvincita della luce contro le tenebre e così via.
    Quindi le feste hanno qualche cosa di bello e di profondo, sono fonte di arricchimento per la comunità, ma diventano sbagliate, come tutte le cose umane, quando vengono prese e stravolte nel loro significato originale. Se la festa distrugge lo stare insieme, il motivo per cui è nata si perde; se la festa non fa star bene, nel senso di realizzarsi e comprendere in sé sia il divertimeno che la poesia, perde il suo significato. Dobbiamo perciò andare a correggere tutte quelle cose che rovinano il vero senso della festa, ma non si può pensare che un cristano non sia a favore di una festa davvero umana.
  2. La festa permette, proprio per la sua caratteristica di umanità e universalità, di poter essere una zona di primo annuncio. Non soltanto nel dichiarare un messaggio, ma soprattutto nelle modalità di dare quel messaggio. Ecco allora che aiutare i ragazzi a festeggiare è anche un richiamo all’invitarli a celebrare la vita, non solo nella liturgia sacramentaria della domenica ma anche in quella “liturgia” della vita quotidiana, della nostra ritualità. Allora l’inizio dell’oratorio dovrebbe vedere schierati tutti i catechisti, anche se non c’è per forza bisogno che facciano qualcosa; altrimenti, come si fa a dire che catechesi e oratorio hanno un legame, che la comunità fa l’oratorio anche per quelli che non credono, perché mette insieme fin da piccoli chi crede e chi non crede nella bellezza del gioco e del divertimento, della manualità e artisticità? I catechisti dovrebbero esserci anche nella festa di carnevale, se non per forza mascherati (non tutti abbiamo le stesse dinamiche divertenti) bensì per esempio lavorando all’allestimento di parti più logistiche e anche di quelle parti della festa fondamentali come la preparazione di cibi e bevande e così via. In questo modo, delicatamente, i catechisti entrano all’interno della dinamica animativa e gli animatori vedono degli adulti che sono vicino a loro in modo adulto, non scimmiottando dinamiche giovanili, e che camminano assieme come comunità.
    Un impegno in più per i catechisti? No, si tratta di cominciare a lavorare come comunità, di pensar che nel calendario dei catechisti non c’è bisogno di vivere solo quelle cose tipiche del catechismo, come l’apertura dell’anno catechisto, i momenti sacramentali. C’è già un ritmo umano che la comunità vive, come l’apertura dell’oratorio, le feste “pagane”, le feste nate pagane ma sempre collegate a una visione cristiana (Halloween rimane sempre nel nome la notte dei santi, Carnevale rimane il saluto del tempo festoso prima del cammino della Quaresima, dove ci si spoglia di qualcosa per vivere al meglio la Pasqua). Allora sta a noi cercare di cristianizzare le feste umane umanizzando la nostra idea di festa, rendendola umana e quindi veramente cristiana. E sono i catechisti a poter fare questo, soprattutto come si vedrà nel terzo passo.
  3. Specificare, chiedersi perché facciamo qualche cosa e, una volta che si è deciso di farlo e sapendone il perché, mostrarlo attraverso le azioni. Abbiamo deciso come comunità cristiana di fare il carnevale? Sarà un segno fare il carnevale nei tempi giusti, proprio perché dopo non si fa, è tempo di Quaresima. Lo diciamo sorridendo “Tu festeggeresti mai il Natale ad agosto? No, e allora perché festeggiare carnevale quando non è più tempo di carnevale?” È attraverso questi piccoli segni, che sono pù facilmente assimilabili e creano più domande, che noi riusciamo ad aiutare le persone a capire il perché della festa e a viverla umana.
    Inoltre, il carnevale si presta anche a temi sociali; in realtà, era la rivalsa della satira per condannare i giochi di potere, e dunque oggi potrebbe essere la scusa per riflettere su tematiche più profonde, per esempio mascherandosi con l’aiuto di comunità di migranti già presenti nel territorio per scoprire i loro usi e non scimmiottarli, e così facendo rivivere una festa che sa di incontro.
    La bellezza del cristiano, che oggi è in mano in modo particolare al catechista e al suo fare eco dell’incontro di Gesù, è proprio questa: prendere l’umanità e portarla nella bellezza della felicità completa, combattendo ciò che umilia le persone e non fa star bene ma anche accettando e facendo di tutto perché il tutto venga bene. In fondo, Gesù non solo ha fatto il prim miracolo a una festa, ma l’ha fatto perché la festa andasse bene, e dando il miglior vino di qualità l’ha resa un successo.

Questo per ricordarci due cose: ci va tutto il nostro impegno perché le feste siano belle e funzionino bene, ma bisogna sempre ricordarsi di avere invitato Gesù e, possibilmente anche Maria, che ha avuto l’occhio lungo sulla buona riuscita della festa stessa.

Gigi Cotichella

Autore: Lo Spiazzo

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