Nuovi modi di trasmettere la Parola ai ragazzi


Nuovi modi di comunicare il Messaggio.

La catechesi (e l’evangelizzazione più in generale) devono saper “parlare della Parola”. La fede necessita di un linguaggio appropriato, corretto, ma anche accattivante, comprensibile, facilmente traducibile in azione.

La fede ha bisogno di essere trasmessa con dei linguaggi accessibili e chiari, ovvero che non diano troppi spazi alle incomprensioni, alle facili (e magari pretestuose) interpretazioni.

La Parola ha preso corpo di Uomo per dire di Dio agli uomini. La fede riesce a prendere corpo nella vita delle persone solamente se viene veicolata con le parole “giuste”.

Come già scrissero suor Giancarla Barbon e don Rinaldo Paganelli, c’è “la necessità di riscoprire linguaggi diversi e nuovi” (da Evangelizzare – nr. 1 settembre 2012, pag. 60).

Interessante come nella stessa frase i due noti formatori ed esperti di evangelizzazione usino il termine “riscoprire” e poi parlino di “diversi e nuovi” linguaggi. Sì, perché è davvero necessario cambiare alcuni nostri modi di fare evangelizzazione (specie durante la catechesi), ma non è assolutamente detto che tra le esperienze più tradizionali o del passato non si possa andare a recuperare alcune modalità, magari rimaneggiandole un po’, che possano risultare assolutamente attuali ed efficaci.

E così ecco che si crea la possibilità di assemblare attivazioni e incontri usando sia tecnologie molto moderne, sia strumenti più tradizionali. La multimedialità è ovviamente regina indiscussa, grazie alla “potenza comunicativa” dell’immagine, del suono, della combinazione dei due elementi. Ma anche le “parole umane” (come le definiscono sempre Barbon e Paganelli) vanno usate con perizia e arte, per raggiungere le persone là dove esse sono, dove batte il loro cuore, dove si muove il loro pensiero… E se, come dice la filosofa Zambrano, “una parola non è compiuta finché non si racconta e non si canta”, ecco allora che le arti, tutte le arti, più o meno digitali, più o meno multimediali, più o meno fisiche, più o meno astratte, servono (e vanno usate) per rendere la parola dell’uomo (ovvero gli incontri di catechesi ed evangelizzatori che noi teniamo) lo strumento più adatto per vivere la Parola di Dio.

Ecco alcune proposte metodologiche pratiche (partendo dalla citazione degli aggettivi scelti da Barbon e Paganelli per descrivere una catechesi efficace):

  1. autoimplicativa: parlando di Dio ci si mette in gioco. Prepariamoci la “lezione” di catechesi con molta attenzione, curando non solo il contenuto, ma anche la nostra preparazione sul tema e soprattutto riflettendo sulla nostra reale convinzione di quanto stiamo per comunicare, a ragazzi o adulti che siano;
  2. evocativa: le parole umane fanno da soglia alla profondità di Dio. Prepariamo il luogo di catechesi prima che arrivino tutti. L’ambientazione, le luci e le immagini di contorno aiutano a “cambiare registro”. A tutto questo aggiungiamo una scelta comunicativa all’altezza dell’ambientazione: parole avvolgenti, sincere, lente ma non noiose, forti ma non aggressive, moderne ma consone… Così facendo sarà più facile abbandonare i pensieri della quotidianità per immergersi totalmente nella nuova dimensione che unisce l’uomo a Dio;
  3. simbolica: il legame tra Dio e gli uomini passa anche per i simboli. La struttura della comunicazione della fede deve attingere moltissimo dallo stile della narrativa, non fine a se stessa, ma per far visualizzare meglio le idee e i concetti. Se poi, in questo “raccontare la bellezza del legame tra Dio e gli uomini”, riusciamo anche a incastonare delle simbologie semplici e immediate (di biblica provenienza ma non solo), allora sarà più efficace tutto il nostro disegnare Dio con le parole, nella mente e nel cuore di chi ci ascolta. Di chi Lo ascolta.

Roberto Boggio

Autore: Roberto Boggio

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