(Ri)scoprire il dono di “san Valentino”

“San Valentino”, festa degli innamorati… e dell’innamoramento.

Questo è il primo contatto che i ragazzi hanno con quella dimensione così stravolgente che è la relazione d’amore con un’altra persona. Anzi, innamorarsi è “essere stravolti”: batticuore, stomaco in subbuglio, pensieri che si accartocciano su loro stessi e la sensazione che d’ora in poi la nostra vita non sarà mai più la stessa.

Che cos’è l’innamoramento se non l’essere in-amore, cioè immersi nella sua forza?

Forse, anche per questo lo svalutiamo. Non solo si perde la ragione, ma spesso ci si innamora dell’aspetto fisico dell’altro, più che della sua intelligenza o gentilezza (e questo vale ancor di più nell’adolescenza, età di grandi cambiamenti fisiologici). Anche se è attraverso il corpo che percepiamo la presenza dell’altro vicino a noi, innamorarsene sembra quasi sminuire la bellezza della persona che quel corpo lo abita.

Eppure, è proprio quella “attrazione” che serve a farci avvicinare all’altro, almeno in prima istanza.

Nell’adolescenza, la prospettiva è ancora fatalmente incentrata su di sé: si entra pian piano nel mondo degli adulti con un’identità ancora nebulosa, tutta da costruire, e non c’è spazio per pensare ad altro. Invece l’innamoramento apre uno spiraglio attraverso cui scorgiamo un altro. Un altro che, per ragioni a noi ignote, cattura di forza la nostra attenzione.

All’inizio questa scoperta è esaltante. Prima ancora che della persona, ci innamoriamo del complesso di emozioni e sensazioni che ella suscita in noi.

La sua presenza permea tutta la nostra vita; ogni attività ne evoca l’immagine e la rende partecipe di quel che facciamo. Col passare del tempo, poi, ci si innamora della relazione in sé, dello stare con qualcuno: il calore, la stabilità, la vitalità, tutto quello che la relazione comporta.

Solo più avanti facciamo un ultimo passo e infine incontriamo l’altro: è allora che l’innamoramento diventa amore; scopro l’altro nella sua interezza e gli voglio bene, nel senso di volere il suo bene.

In questa nuova atmosfera di “amore autentico” si cresce assieme; le potenzialità sbocciano; ci sentiamo assieme vulnerabili e sicuri, amati e in grado di amare.

Per trasformarsi in amore, l’innamoramento richiede coscienza di sé. Quando siamo radicati in noi stessi, non vediamo più l’altro come un mezzo per soddisfare un nostro bisogno, bensì come un individuo di cui desideriamo tutto il bene possibile. L’innamoramento nasce dall’istinto; l’amore dalla consapevolezza.

E per formarsi, la consapevolezza ha bisogno di tutto il tempo dell’adolescenza.

Una formazione lenta, anche faticosa, che richiede anni per far uscire l’individualità di ognuno. Per questo i ragazzi si innamorano. Per questo i ragazzi hanno bisogno di innamorarsi: per avvicinarsi gradualmente all’esperienza più impegnativa dell’amore.

Non svalutiamo l’innamoramento; ne perderemmo i doni.

Festeggiamolo, l’innamoramento! Ridiamogli la sua dignità, come «un amore nel processo di espandersi ed evolversi»; un passaggio che dona vitalità e ci mette in contatto con la passione e la tenerezza; un germoglio in ognuno di noi, attraverso cui sperimentiamo «la vitalità pulsante di un amore più profondo nell’atto di emergere»1.

Di fronte ad un giovane innamorato, riconosciamo la bellezza, la meraviglia (che è l’essere innamorati) e l’emozione (che è la scoperta dell’altro); perché è in questo riconoscimento, dei suoi doni e della sua bellezza, che diamo la giusta sacralità all’innamoramento (è la festa di “san” Valentino).

Allora sì che questa festa… Vale.

Festeggiamolo, anche parlandone ai ragazzi: ne… Vale la pena!

[1] P. Ferrucci, Crescere, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1981, p. 170.

Autore: Bianca Bressy

You must be logged in to post a comment.