Secondo papa Francesco, è uno dei tre pilastri della famiglia che sa durare nel tempo.

La gratitudine è qualcosa di più profondo del dire una semplice parola.

Grazie è la traduzione di una parola greca che indica bellezza, dono, bene.

Nella mitologia greca le Grazie erano le tre figlie di Giove e Venere e nei loro nomi dicevano le tre caratteristiche della gratitudine: bellezza, giovinezza e gioia. Erano rappresentate nude e danzanti in cerchio: nude e pure perché il grazie non deve avere secondi fini; giovani perché il ricordo di un qualcosa ricevuto non deve invecchiare; danzanti perché il grazie non deve farsi aspettare; in cerchio perché il bene deve circolare; tenendosi per mano perché la gratitudine sostiene il mondo.

Capiamo allora che la gratitudine è più che “dire grazie”. Se “Grazia” è sinonimo di aiuto, di favore, allora ringraziare è davvero “rendere grazie”, ovvero “restituire il favore”. Educare alla gratitudine in famiglia è quindi più impegnativo della semplice “Buona educazione”.

Vediamolo in cinque passi.

  1. OBBLIGO. Si inizia fin da piccoli. Insegnare a dire “Per favore” e “Grazie”. Sembrano semplicemente un rito, a volte a loro sembreranno parole magiche perché solo le diranno ci saranno dei reali effetti: «Vuoi l’acqua nel bicchiere? Se dici “Per favore” arriva».  Quando qualcuno ti dà qualcosa saremo lì a ricordargli: «Hai detto “Grazie”?» oppure l’evergreen: «Come si dice?». Sembra a volte il livello di addomesticamento e sicuramente è un livello base… ma nessuno hai mai raggiunto i livelli più alti saltando quelli che stanno alla base. Quindi non dobbiamo aver paura di questo livello: dobbiamo aver paura di fermarci qui.
  2. ESEMPIO. Resta ovviamente la carta principale. Chiediamo a loro di ringraziare continuamente, ma quanto sentono ringraziare noi? E non solo con loro ma (e soprattutto) tra di noi adulti. Quanto sentono mamma e papà ringraziare? Quanto ci sentono ringraziare al telefono, per strada, nelle riunioni di famiglia? Rispondete al test e poi se riuscite, migliorate. Miglioreranno anche loro.
  3. RISPOSTA. Chi sta crescendo non sa perché ringraziare. Per questo è bene aggiungere qualcosa: quel “Ehi” prima o quel “davvero” dopo, dà al grazie un potere più incisivo perché non è buttato lì a caso. Se poi volete esagerare allora potete lanciare qualche spiegazione sugli effetti: «Grazie, adesso sto meglio sai?» oppure sulla loro bravura: «Che bello che dici grazie!»
  4. LAVORO. Ogni tanto trasformate i lavoretti che chiedete in un “Restituisci il favore!”. Non si tratta di aggiungere attività, si tratta invece di trasformare quello che chiedete in un circolo lavorativo positivo. Per esempio, se fa fare il lavoretto il papà, lo farà fare per ringraziare la mamma di tutto quello che fa per la famiglia (e viceversa). Un biglietto fa la differenza ed è molto apprezzato. Il compleanno può essere un momento molto adatto a questo.
  5. FESTA. Ci sono momenti che si prestano per fare un “GRAZIE” dell’anno. Certo la fine dell’anno, ma perché non un momento durante le vacanze? Oppure a inizi settembre per ripartire alla grande. O anche in una data che è importante per voi come famiglia. È importante preparare molto bene quel momento. Servono le foto dell’anno, qualche ricordo, e magari un tempo per scrivere il tema del “GRAZIE!”, dove ognuno scrive qualcosa per ringraziare gli altri componenti durante l’anno.

Insomma, ne avete di tutti i gusti e potete scegliere voi dove partire e dove arrivare. L’importante resta il tragitto per educare a ringraziare. Serve ai nostri figli. Ed è una premessa necessaria (anche se non ancora sufficiente) perché un giorno guardandoci ci dicano: «Grazie!».

Gigi Cotichella

Autore: Lo Spiazzo

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