Una ragazza musulmana caccia i pregiudizi col fumetto

Storie di persone che professano svariate religioni e culture, discriminazione, diritti dell’infanzia e diritti umani: tutto questo e molto altro racconta Takoua Ben Mohamed, ragazza di ventisei anni originaria del Sud della Tunisia.

Ma Takoua è la prova che raccontare non sempre è sinonimo di narrare a parole o per iscritto, non sempre vuol dire necessariamente usare le parole: infatti i suoi sono racconti a fumetti, per raccontarsi e raccontare usa il disegno.

Vive a Roma e studia a Firenze, ma è arrivata in Italia dalle dune del Sahara; un anno dopo l’11 settembre ha iniziato ad indossare il velo, quando offese e pregiudizi verso la comunità musulmana si intensificarono a dismisura. Da quel giorno, allora aveva solo undici anni, Takoua lotta ogni giorno insieme alla sua matita contro l’islamofobia e la paura del diverso e lo fa anche inserendo se stessa nei suoi disegni. Infatti assume varie identità e riesce così ad eliminare ogni distanza da ciò che vuole trasmettere: ora è Fatima, che affronta i pregiudizi dei compagni di scuola verso l’Islam; ora è Aisha, che non vede il bianco ed il nero perché per lei il mondo è un arcobaleno di colori e pensa ai diritti come la “colla” dell’umanità.

I disegni di Takoua veicolano messaggi di vario tipo, ma hanno tutti un aspetto in comune, una valenza sociale e culturale. Ecco che il fumetto diventa un mezzo particolare e senza dubbio diverso dal solito per riproporre temi e valori che generalmente sono veicolati in modo più tradizionale, per esempio attraverso la scrittura o immagini cinematografiche.

In un’intervista di Artribune, una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura, alla domanda sul perché avesse scelto il fumetto come mezzo di comunicazione Takoua risponde:

“A parte la passione per il disegno che ho sin dall’infanzia, il fumetto è l’unico tipo di arte narrativa in cui mi sono ritrovata. L’impatto che ha il fumetto sulle persone è impressionante. Le persone leggono volentieri un fumetto, attirate dall’arte, non solo per il disegno ma anche per la semplicità del linguaggio che viene utilizzato nel raccontare. Ci sono lettori che non condividono il mio pensiero, però hanno letto volentieri i fumetti. Non cerco di cambiare le opinioni delle persone, cerco di farmi ascoltare. Di parlare e dialogare. Un modo per favorire l’integrazione forse, ma preferisco chiamarla socializzazione. Un modo per conoscere e conoscersi. E l’ironia è un modo importante per convivere, abbattere muri di pregiudizi e stereotipi. Le facce buffe e le situazioni simpatiche per affrontare la quotidianità. Scrivo anche fumetti meno ironici, che parlano di attivismo delle donne contro la dittatura di Ben Alì, violenza sulla donna, diritti dell’infanzia nei Paesi in guerra, immigrazione e primavere arabe”.

Ma quali possono essere i vantaggi dei disegni come quelli di Takoua in una comunità?

Soprattutto sui bambini, l’immagine ha un potere particolare: è più vicina al loro “modo di sentire e conoscere il mondo” di quanto non lo siano i grandi discorsi fatti a parole, che magari risultano anche un po’ difficili; con il disegno, il messaggio che viene veicolato resta impresso con più facilità. L’uomo che fa violenza su una donna e nella vignetta successiva viene ammanettato comunica in modo immediato e chiaro che si tratta di un’azione punibile e deplorevole.  Chissà che Takoua non abbia dato vita ad un valido mezzo che può accorrere in aiuto di insegnanti e genitori (ed educatori in generale) per parlare di certi temi ai più piccoli? Certamente bisogna avere l’accortezza di proporli quando i bambini hanno gli strumenti adeguati per farli propri, anche appoggiandosi alle spiegazioni che gli adulti prontamente dovranno fornire, perché la parola resta comunque un supporto necessario.

Ma il disegno non è un valido aiuto unicamente per i bambini; infatti affrontare certi temi è complesso a qualsiasi età. Il fumetto potrebbe aiutare a parlare di argomenti molto forti, perché a uno sguardo superficiale forse sembra “dire meno”, nell’immediato forse le immagini “fanno meno rumore” e tolgono dall’impiccio in cui invece può mettere la parola scritta. Se però si cerca di andare oltre l’immagine e non osservarla in superficie, si percepisce tutta la forza che emanano tanto i disegni, quanto le vignette. La parola nel fumetto non è del tutto assente, ma sicuramente è fruibile e semplice, meno elaborata di quella dell’articolo di giornale o del romanzo; inoltre arriva ai destinatari mediata dall’immagine e forse per questo in modo meno traumatico e più edulcorato, a farla da padrone e a “fare tanto rumore” è il disegno, che sembra innocuo ma nasconde un enorme potenziale comunicativo.

Sicuramente ha un ruolo non indifferente anche la “leggerezza” che spesso il fumetto si porta dietro; l’ironia di cui parla Takoua è ciò che permette al fumetto di attenuare in apparenza il peso di certe tematiche e invoglia le persone ad avvicinarsi a questa forma d’arte e a ciò che comunica; parlare di argomenti forti in modo più lieve però non significa spingere i destinatari a negare la loro urgenza e il loro impatto, ma smorza la violenza e il potere traumatizzante.

Parlare di diritti umani o di violenza sulle donne attraverso il disegno con la stessa efficacia di un romanzo non è un’operazione facile; ma forse è proprio dietro questa difficoltà che si nasconde il trucco: più è difficile che un messaggio arrivi al pubblico, maggiore sarà l’impatto quando l’obiettivo verrà raggiunto. Il fumetto quindi, in quanto mezzo un po’ fuori dal comune, come sostiene anche Takoua, può diventare uno strumento più forte ed efficace di quelli canonici; si deve tenere conto della componente soggettiva, ma potrebbe anche permettere a certi messaggi di penetrare nell’animo delle persone in modo più immediato e, chissà, in alcuni casi arrivare più in profondità.

Considerando allora questo notevole potere del fumetto, perché non avvalersi dell’esempio di Takoua e usarlo anche per trattare altri temi “scomodi” o semplicemente sui quali le parole sfociano nella banalità? Perché non parlare con il fumetto di omosessualità, bullismo, uso di sostanze stupefacenti e guidare la comunità ad avere un approccio giusto? Chissà che le vignette anti-bullismo o contro l’uso di droghe non possano avere un’azione educativa su più di una persona?

Autore: Federica Crovella

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