“Scuse sociali” facili… ma le altre?

Ci sono tante abitudini che potremmo definire “universali”, comuni a tutti i popoli, vicini e lontani. Certo, ciascuno ha il proprio retroterra culturale e alcuni comportamenti possono in parte variare, ma la sostanza resta la stessa.

Una di queste è “l’arte” del chiedere scusa. La chiamiamo “arte” perché in alcuni casi i modi con cui si chiede venia per le proprie colpe è davvero molto… creativo!

Sorry, excuse moi, lo siento…

Per esempio, i Giapponesi hanno elaborato persino un codice: usano il corpo come “misuratore” della contrizione. Per uno sgarbo veniale si fa un accenno di inchino, con un angolo di dieci gradi. Per uno sgarbo veniale, si fa un accenno di inchino, con un angolo di dieci gradi; per una mancanza più seria, la schiena si piega a quarantacinque gradi, braccia lungo il corpo e occhi rivolti verso il basso. Chi deve farsi perdonare una colpa gravissima deve inginocchiarsi ai piedi della persona offesa. Addirittura, esistono in Giappone dei veri e propri attori che arrivano a piangere per conto terzi: quando proprio non si riesce ad ammettere le proprie colpe, si paga qualcuno che lo faccia per noi.

Forse un caso un po’ estremo: in tante altre parti del mondo non si arriva a tanto. Ma il caso del Giappone fa capire bene quanto le scuse siano importanti all’interno di una comunità.

Anche altrove, chiedere scusa è un’abitudine che non manca mai. Da uno studio dell’Università di Oxford, è emerso che uomini e donne anglosassoni, ma in misura maggiore le donne, si scusano più di altri. Oggetto di studio sono state le cosiddette scuse sociali, cioè quei meccanismi autonomi che spingono le persone a chiedere perdono quasi in ogni occasione, il più delle volte senza un reale dispiacere.

Nel 2009 in Canada è stata pure approvata una legge, la Apology Act, il cui nome nasce dell’uso eccessivo della parola “sorry” da parte dei cittadini. A quanto pare molte anzi, troppe volte i canadesi si scusano anche se non hanno motivo di farlo. Un esempio? Un canadese viene tamponato da un’auto e chiede scusa all’altro conducente anche se ha ragione. Oltre alle questioni di dignità umana, in alcuni casi estremi questo può causare complicazioni anche legali. Ecco perché una legge che dal 2009 stabilisce che l’uso di “sorry” non significa necessariamente un’ammissione di colpa, ma solo una semplice espressione di dispiacere.

Scusami perché?

Se è vero che ci scusiamo spesso, per quale ragione lo facciamo? Con quale intenzione, e a quale scopo?

La psicoterapia ci dice che le scuse aiutano a stemperare una situazione di tensione, riducendo le possibilità di essere “attaccati” e mettendo chi ci sta davanti in una migliore disposizione d’animo nei nostri confronti. Quindi in alcuni casi scusarsi è facile perché è utile. Anche le “scuse sociali” ci paiono più facili, perché non  implicano un vero stato emotivo di dispiacere ma sono solo formali.

Ben altra cosa è quando le scuse richiedono un vero pentimento e la consapevolezza di aver sbagliato.

Per chi lo fa con sincerità, scusarsi significa sentirsi in colpa, anche vergognarsi, e la vergogna è certamente uno dei sentimenti da cui la maggior parte delle persone cerca di sfuggire. Per altri, un’ammissione di colpa provoca una sensazione di lesa autostima, sgradevole per chi maschera le proprie fragilità sotto una parvenza d’orgoglio. Spesso quindi si percepiscono le scuse come segno di debolezza. Inoltre, alcuni temono che ammettere le proprie responsabilità apra la strada ad altre accuse, magari per tutte le volte in cui non hanno chiesto perdono.

Le scuse sociali non sono sbagliate, al contrario; spesso aiutano a vivere civilmente e non è giusto eliminarle, ma forse siamo troppo abituati a usare solo quelle.

Scusa, scusami, scusiamoci…

Perché è vero, chiedere scusa migliora le relazioni e riduce i motivi di conflitto, ma ci aiuta anche dentro. Ammettere di aver sbagliato ci fa maturare, perché ci allena a essere onesti innanzitutto con noi stessi e a provare empatia per l’altro. Una scusa sincera ci mette in discussione: siamo nel torto e, anziché proteggerci, lo ammettiamo. E questo è possibile perché ci mettiamo nei panni di chi quel torto l’ha subito, e quindi usciamo dal nostro individualismo e dalla convinzione, a volte falsa e ostinata, di essere intoccabili.

Per questo è necessario cambiare la percezione di questo gesto: non debolezza, bensì consapevolezza di sé e del proprio rapporto con il prossimo.

E infine, rieducandoci a chiedere scusa noi, educhiamo a nostra volta i ragazzi e li salvaguardiamo dalle scuse sociali: troppo facili, troppo utili e troppo abituali, ma mai curative per l’anima e le relazioni come le scuse “vere”.

Autore: Federica Crovella

You must be logged in to post a comment.