Alla (ri)scoperta della pedagogia di Don Bosco

Ogni tanto si ripropone l’importanza del rapporto tra catechesi e oratorio, e quindi fra catechesi e animazione. Al di là di facili battute, che potremmo riassumere in “la catechesi dovrebbe essere più animata e l’animazione dovrebbe essere più catechizzante”, il problema richiede sicuramente più riflessione.

In effetti, guardando il panorama in generale, spesso potremmo dire che il catechismo delle nostre parrocchie tende ad aggiungere un incontro in più, per esempio quando abbiamo un evento fondamentale nella vita di un ragazzo come il centro estivo, come il Grest, oppure in parallelo alla catechesi c’è l’attività di oratorio, quasi a creare dei nuovi appuntamenti, in cui però l’oratorio è percepito come più libero e la catechesi come “obbligatoria”.

Quindi ci sarebbero già dei ritmi che potrebbero divenire catechizzanti, e risolvere così il problema di una catechesi che si riconosce sempre meno in un percorso di apprendimento scolastico della fede o di una patente da prendere con i quiz.

Il problema però non si risolve così facilmente spostando l’intera catechesi agli eventi oratoriani, in quanto l’oratorio è più aperto a persone non credenti o di altre religioni, mentre la catechesi si rivolge a qualcuno in cui è chiaro qual è l’approccio alla fede.

In questa grande problematica, può nascere però una dimensione che aiuta tutti, catechisti e animatori, a compiere una piccola rivoluzione dei propri atteggiamenti.

Possiamo rifarci all’incontro fondativo dell’intuizione dell’oratorio di Don Bosco, l’8 dicembre 1841 nella sacrestia di San Francesco d’Assisi a Torino, quando il fondatore dei Salesiani incontra Bartolomeo Garelli. L’incontro avviene dopo che Bartolomeo viene scacciato dal sacrestano in malo modo perché pareva che rubasse tra le offerte, anche se non era chiaro se fosse vero o meno. Don Bosco lo difende dicendo che è un suo amico, e inizia così un dialogo destinato a segnare non solo la vita dei Salesiani, ma anche una certa immagine dell’oratorio.

Infatti questo Bartolomeo Garelli sembra preso in prestito da una cartella di un servizio sociale: non ha genitori, non sa leggere né far di conto, non ha un lavoro (è venuto apposta a Torino dalla campagna a cercarlo) e non ha catechismo (ci vorrebbe andare, ma si vergogna del fatto di essere ormai troppo grande). Eppure in quel momento Don Bosco, come l’ha raccontato non nelle Memorie dell’oratorio ma in tutte le altre occasioni in cui racconterà l’episodio, di fronte alle lacrime di Bartolomeo gli chiede se sa fischiare o cantare. Il ragazzo avverte una sensazione positiva, di possibilità, sorride e si riapre alla fiducia in questo prete, che di fatto lo invita a iniziare un catechismo immediatamente e poi lo rimanda all’oratorio domenicale.

Questa immagine, che non si può ripetere oggi perché riferita a un Ottocento con le sue caratteristiche, ci suggerisce però la modalità giusta: adattare l’annuncio ai ragazzi di oggi, e non solo ai ragazzi di oggi ma a quei ragazzi che ho in quel momento lì. Questo atteggiamento oratoriano nella catechesi è fondamentale: troppe volte puntiamo sul programma o sul progetto, che ci indica chiaramente il punto di arrivo, ma senza pensare minimamente al punto di partenza, che è altrove e altro rispetto a quello che pensiamo. Se non ritariamo il percorso dal punto di partenza, noi avremo anche finito il programma, ma il risultato alla fine sarà quello che vediamo ogni giorno: che tutta una catechesi fondata sulla dottrina e sul suo apprendimento pare non avere nessun risultato, considerato quello che rimane mediamente nei giovani alla fine della catechesi nel dopocresima. Non rimane neanche un’appartenenza alla comunità, considerando l’esodo dei giovani, e non rimane neanche una dimensione di testimonianza nel mondo, almeno per la maggioranza dei casi.

Quindi l’approccio oratoriano applicato alla catechesi indica questi passaggi fondamentali:

  1. Partire sempre da dove sono i ragazzi, da dove si trovano, sapendo che quelli sono i ragazzi che Dio ha donato al momento educante della catechesi e con quelli dobbiamo lavorare;
  2. Aver sempre voglia di far fare esperienze e continuamente rilanciare sulla vita concreta;
  3. Essere convinti che Gesù annuncia la bella notizia, la bella e buona notizia, non solo in quello che dice ma in come lo dice. L’annuncio di Gesù non solo nel suo contenuto ma nelle sue modalità è già Vangelo stesso, quindi anche le modalità devono già dire il Vangelo di cui la catechesi si fa eco. Per questo è importante curare i modi oltre che i contenuti, curare i percorsi oltre che il singolo incontro, e oggi verrebbe da dire forse che bisognerebbe curare più modi e percorsi, che non semplicemente anche questi.
  4. Un’idea di catechista che lavora in rete, che coinvolge giovani per far fare animazione in certi momenti. La catechesi non deve aver paura dell’animazione in tutte le sue modalità e nelle sue specificità, che qui non possiamo enunciare per motivi di spazio. La catechesi può anche essere una scusa per ritrovare comunità per gli adolescenti, per i giovani che vengono chiamati da adulti perché si ha bisogno di loro non come tappabuchi ma come elemento di positività e di novità. Viceversa, un oratorio può accettare la sfida della contaminazione con la catechesi se il suo ruolo di essere luogo educante e di tempo libero, liberato e liberante, venga sempre ricollegata alle radici. Va bene non annunciare direttamente Cristo in un cortile attraverso la richiesta di far fare un rosario a venti musulmani, ma non va bene se il motivo per cui apriamo un cortile anche a dei musulmani non attinge continuamente alla profondità delle motivazioni cristiane. L’oratorio può diventare più catechizzante non tanto se cambia atteggiamento con i suoi ragazzi, quanto se cambia atteggiamento con i suoi animatori; se li aiuta in un percorso serio, graduale ma anche pieno di sfide e di rilancio su in alto, un cammino che accetti la sfida di non avere solo educatori e animatori ragazzini ma anche animatori adulti, in modo da riscoprire la comunità. Non si può chiedere a un quindicenne di avere la maturità la cultura e la consapevolezza di un quarantenne. L’unica maniera per aiutare il quindicenne a puntare più in alto è che il quarantenne, a cui non va chiesto di essere animato, folle e pazzarello come un quindicenne, stia di fianco a lui. E così insieme si possa continuare a indicare una via.

Con queste modalità forse non avremo risolto il dibattito pastorale-catechetico attualmente in atto, ma sicuramente avremo fatto un’azione nelle nostre comunità per avviare dei catechismi più sereni, rasserenanti e coinvolgenti, che lascino un bel ricordo del primo annuncio e quindi dell’iniziazione cristiana, e degli oratori più seri, profondi e maturi, così seri da saper nascondere anche dentro il gioco o la “perdita di tempo” più innocua quella bella notizia che ancora oggi continua a interrogare l’uomo.

Gigi Cotichella

Autore: Lo Spiazzo

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