L’antico ginnasio come luogo di cittadinanza

Quando adesso sentiamo la parola “ginnasio”, c’immaginiamo l’aula di un liceo classico, con lettere greche e parole latine scritte sulla lavagna. Ma un tempo, se parlavi di ginnasio, le persone si vedevano un cortile di terra battuta e, al posto di banchi e sedie, portici, panche e il cielo azzurro.

Allora era la Grecia antica, e dentro (come pure attorno) al ginnasio gravitava l’educazione dei giovani Greci. Lì ci si allenava per le gare sotto la supervisione dei maestri d’atletica, ma venivano anche insegnate la musica e la grammatica. E dato che lì si trovavano i giovani, anche i filosofi e gli artisti finivano per frequentare i portici del ginnasio, così che tra un esercizio e l’altro si poteva sentire dalle stanze adiacenti una conferenza, una lezione o persino uno spettacolo.

Insomma, quello era il fulcro di tutta l’educazione. Al punto che una città non aveva il diritto di chiamarsi polis se non ospitava almeno un ginnasio (e infatti Atene ne poteva vantare addirittura tre: l’Accademia, il Liceo e il Cinosarge).

Adesso quel nome, e quel ruolo da protagonista, è passato alla scuola. Eppure questa è la storia anche delle associazioni sportive, e se pure è vero che oggi un centro non esiste per insegnare storia e filosofia, è anche vero che da quelle radici si può trarre una riflessione utile per il futuro.

Il fatto è che un tempo, il ginnasio era obbligatorio per poter essere considerati cittadini a pieno titolo. Quell’obbligatorietà è passata anch’essa alla scuola, ma oggi nei centri e nei campetti da gioco spesso si trovano quei ragazzi che la scuola non riesce più a raggiungere, oppure gli stessi ragazzi sono lì ma con un atteggiamento più spontaneo e dinamico, e dunque più aperto alle sollecitazioni degli adulti.

E adesso come allora, gli adulti che sono lì si pongono la stessa domanda: vogliamo farne solo degli atleti, o anche dei cittadini?

Se guardiamo ai valori più alti veicolati dall’attività sportiva, vediamo che qualcosa già insegnano su come vivere tra e con gli altri uomini. La competizione pacifica, il fair play, il rispetto dell’avversario… si possono traslare nella vita di tutti i giorni. Senza contare che fare sport insegna l’importanza e il valore della disciplina, del darsi degli obiettivi e dell’accettare che non sempre tutti gli sforzi da soli bastano, tutte qualità che sono fondamentali per poter realizzare il futuro che si desidera per sé.

Ci sono poi altri argomenti legati allo sport che possono diventare spunto per una riflessione più ampia sul proprio ruolo nella società. Una lezione sulla corretta alimentazione può allargarsi al discorso dello spreco e dell’ineguale distribuzione di cibo; le basi di pronto soccorso possono includere anche un incontro sull’uso del defibrillatore e su come soccorrere una persona per strada; dal doping, basta un passo per parlare dell’abuso di sostanze stupefacenti. Non è neanche detto che si debba fare tutto da soli; nell’organizzazione di questi incontri si possono coinvolgere educatori, insegnanti e esperti del quartiere, e così creare anche una più ampia rete intorno al campo da gioco.

Infine, non ci sono solo i giovani! Molti di loro vengono accompagnati o raccolti dai genitori; perché allora non organizzare qualcosa anche per loro? Un aperitivo culturale durante l’allenamento, o riunioni con tutta la “squadra” dei genitori, possono diventare l’occasione per fare rete anche con loro e attivare forze e idee che altrimenti correrebbero il rischio di restare sopite.

Anche se magari sono solo due ore di sport su una settimana, sono comunque due ore che avranno ripercussioni sulle altre centosessantasei. Anche l’educazione nel ginnasio si rifletteva su tutta la vita del giovane, e quello che apprendeva là non restava chiuso nei portici della scuola ma lo preparava a quello che vi avrebbe trovato fuori. Come loro, anche noi possiamo partire da quel campo di terra battuta per guardare un po’ più lontano e aprire gli occhi a un cielo più vasto e più azzurro.

Autore: Bianca Bressy

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