Per un catechismo che non sia doposcuola

In tutti i corsi per catechisti c’è un tema che ricorre: cosa fare perché il catechismo non diventi un prolungamento delle ore a scuola, non solo nel concetto di tempo, ma anche nelle modalità?

In realtà, proprio mentre si dice di non imitare la scuola, la scuola stessa sta cercando di uscire dalle dinamiche classiche, proprie della didattica del secolo scorso, per andare verso una formazione che, per quanto abbia molto a cuore la parte dei saperi, lavora anche sulle competenze, il saper fare e il saper essere; dunque non solo sulle nozioni, ma anche sui cosiddetti saperi esistenziali.

Tolta questa premessa, il catechismo parte proprio da presupposti diversi! Catechesi è fare eco: questo dà l’idea di un contenuto che va trasmesso, che però ha senso solo alla luce di un incontro, quello con Gesù. Perciò, a voler far vedere la bellezza di questo “appuntamento” non può che essere innanzitutto un contesto narrativo, che poi, una volta trasmessa la passione per quest’incontro, o almeno la curiosità, fa passare la domanda: “Ma Gesù che cosa pensa e che cosa dice riguardo un certo argomento?”.

Fatte queste considerazioni preliminari, indispensabili, possiamo dare tre indicazioni concrete per uscire dallo “scolasticismo della catechesi”, tre consigli pratici che lavorano sullo stile del catechista:

  • Fuori dall’aula. Sia nelle parole che nei fatti, consegnare ai ragazzi un’idea di struttura anche fisica catechistica non aiuta: le stanze non si chiameranno mai “aule” o “classi”; il catechismo non ha le lezioni, ma gli incontri. Fino a qui è tutta una questione di linguistica; ma dalle parole si deve passare ai fatti: cambiare il setting della stanza dove si svolge l’incontro è un primo passo. Spesso i banchi sono messi a ferro di cavallo o a cerchio, quindi indicano già una modalità diversa da quella scolastica, tuttavia si può dare ancora di più l’idea di staccarsi da questo metodo. I banchi possono essere spostati o addirittura tolti, optando per un cerchio di sedie; dalla stanza si può passare al salone; in base agli obiettivi e alle condizioni del momento, perché non scegliere anche di fare un incontro in Chiesa o all’aperto?
  • Cambio di destinazione d’uso. Tutto quello che dà l’idea di scuola deve in qualche modo “cambiare pelle”. Ciò non significa buttare via libri e quaderni, perché a volte può servire la scrittura, ma gli si può dare un tocco di classe (non scolastica)! Per esempio, il quaderno può diventare un diario. Come? Lasciando degli spazi in cui ciascuno possa dare sfogo alla creatività e giocare con colla, immagini, colori, pur restando in linea con gli argomenti proposti.
    Negli incontri di catechismo è anche importante slegarsi da quell’abitudine che a volte può diventare scontata a scuola, per esempio adottando per i vostri appuntamenti la dimensione particolare del rito. Si tratta comunque di acquisire delle abitudini, che però, essendo più spalmate nel tempo, diventano rituali; pensate alle tradizioni di Natale, sono abitudini certo, ma il fatto che avvengano una volta all’anno le rende speciali e le allontana dalla quotidianità scontata. Tornando al nostro catechismo, possiamo spezzare l’abitudine per esempio legando il diario al rito, facendoselo consegnare e poi restituirlo, magari in una scatola colorata particolare.
    Si può anche lavorare con le fotocopie, cercando però di non renderle uno strumento fine a se stesso; devono diventare fogli che abbiano un senso per il ragazzo, qualcosa che possa portarsi a casa a seguito dell’incontro. In questo modo, si otterrà più la valenza simbolica e quindi emozionale che non scolastica nozionistica.
  • Non di sole parole. Non puntate solo a coinvolgere la testa, non serve spiegare tutto per filo e per segno. L’esperienza insegna: di ciò che viene detto a catechismo resta ben poco ai ragazzi a livello di nozioni, perché a casa si portano le esperienze. Quindi variate il tenore degli incontri, organizzare iniziative di carità o di aiuto nella vostra comunità a cui far partecipare i ragazzi, alternando all’esperienza concreta i momenti di riflessione, in cui la rielaborate insieme, magari agganciandola a un episodio biblico o ad un insegnamento della Chiesa. In questo modo, quello che direte a livello di saperi e contenuti passerà meglio, perché saranno coinvolte le emozioni, gli affetti e la volontà.

Se è giusto chiedersi in che cosa credano coloro che credono, è anche vero che il primo passo è credere in qualcuno, prima di credere in ciò che quel qualcuno, cioè Gesù, ha detto e ci ha trasmesso.

Gigi Cotichella

Autore: Lo Spiazzo

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