Perché anche da seduti si entra in gioco!

Era il 1992 quando un antropologo francese, per descrivere un particolare tipo di spazi, li chiamò “nonluoghi”. Una parola che non era mai esistita fino a quell’attimo, ma che divenne una chiave di lettura e comprensione di un luogo tutto moderno.

Quell’antropologo era Marc Augé, e i nonluoghi di allora sono quelli che conosciamo ancora adesso: gli aeroporti e i centri commerciali, ma anche i campi profughi e le sale d’attesa, fino all’ascensore di casa nostra. Spazi costruiti con uno scopo ben preciso, di passaggio o attesa o svago, ma in cui passano milioni di persone senza mai entrare in relazione tra loro. Ci transitiamo, ma non li abitiamo, e forse anche per questo generano tanta frustrazione.

Leggendo queste frasi, magari avrete pensato alla panchina. Anche per qualcuno dei ragazzi, in fondo, la panchina assomiglia a un nonluogo; che si sia finiti lì per punizione, per la necessità di schierare compagni più esperti o di capire come gioca la squadra in cui si é appena entrati, spesso ci si siede lì non per piacere ma perché si è obbligati, e l’unico obiettivo in quel momento è di uscirne il più in fretta possibile.

Della panchina fa parte la frustrazione, quindi, ma a volte anche l’assenza di relazioni. Chi si siede si può sentire lontano dai compagni “giocanti” o dall’allenatore concentrato sulla partita, e anche con quelli seduti a fianco si finisce per condividere solo l’attesa o l’occasionale momento di gioia quando la squadra segna un punto.

Ma la panchina non è e non può essere una sala d’attesa. L’attesa presuppone che l’azione, lo sport “vero” si svolga solo in campo, quando non è così: non è solo il campo a insegnare, e la panchina può essere altrettanto formativa se vissuta e abitata. E questo è possibile quando da luogo di transito la trasformiamo in luogo di passaggio.

Lo dice il nome: transito è qualcosa di temporaneo, si transita per porti e aeroporti solo per fare quello che è necessario per proseguire. Il passaggio è invece un attraversamento, un vivere il luogo attraversato: passano i cortei e le processioni, passano gli sposi lungo la navata. Negli sport come il calcio o il basket, si passa la palla al compagno per far avanzare tutta la squadra, perché un giocatore che tentasse di percorrere da solo tutto il campo verrebbe fermato subito. E infine, nella vita passiamo tutti attraverso momenti di passaggio, che segnano un “prima” e un “dopo”, un cambiamento tale per cui non possiamo più tornare indietro.

Come si fa allora ad abitare quella panchina?

  1. La si abita conoscendola. Che cosa significa per ognuno dei ragazzi “stare in panchina”? Come vivono il bordocampo (al di là del motivo per cui ci sono finiti)? È a partire dalla loro risposta che possiamo poi costruire con ciascuno un modo per elaborare e rielaborare quello stare nella panchina, perché siano loro i primi a trovarvi il loro senso. Con i bambini più piccoli, si possono anche elaborare degli esercizi che richiedano la panchina, così che anche a livello fisico la vivano come una parte integrante della preparazione sportiva e non come un accessorio.
  2. La si abita osservando. Chi sta in panchina ha un punto di vista privilegiato su tutto il campo e può osservare un’azione con una visione più ampia di chi vi è coinvolto in prima persona. Dalla panchina, gli errori si vedono nella loro complessità; nella pausa o dopo la partita, un momento di rielaborazione permette poi ai ragazzi di trasformare quell’osservazione non in una critica del compagno, bensì in una lezione per se stessi.
  3. La si abita… in squadra. Abbiamo detto che la panchina può generare frustrazione, perché non si gioca, e senso di esclusione, perché non si è in campo con gli altri. Magari si sa anche che si è in panchina perché la squadra in quel momento ha bisogno di un certo tipo di giocatori piuttosto che di altri, ma anche se lo si sa a livello logico, questo non toglie che a livello emotivo la panchina verrà comunque vissuta in maniera diversa. Ecco, allora si può trovare tutti assieme, come squadra, un modo diverso di vivere e agire mentre si sta in panchina; per esempio, si può decidere un gesto o delle parole simboliche da fare tutti assieme proprio prima di dividersi tra panchina e campo, oppure da fare quando chi gioca segna un punto.

In quest’ottica, la panchina diventa parte integrante del campo di gioco, entra lei stessa nel gioco come luogo che attiva energie. Anche nell’attesa.

Autore: Bianca Bressy

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