Come sopportare gli urti emotivi

Anche la natura ha la resilienza, cioé la capacità di far fronte e attivarsi positivamente dopo un evento traumatico. Esiste infatti un tipo di conchiglia che è diventata una superstar tra gli scienziati per una sua stranissima particolarità: pur essendo composta di carbonato di calcio, di per sé fragilissimo, quando subisce un urto è in grado di ridistribuirlo su tutta la superficie e quindi di evitare di rompersi.

Ecco, anche per noi esseri umani questa capacità è fondamentale per vivere bene: per quanto possiamo provare a pararci, la vita comunque gli urti ce li dà. Tocca a noi allora imparare a redistribuirli, proprio come quella conchiglia, pur conservando la nostra vulnerabilità. Perché è quella vulnerabilità ciò che ci permette di comprendere ed empatizzare con la vulnerabilità dell’altro, specie quando è in difficoltà. Se lasciamo che i nostri “muscoli emotivi” s’irrigidiscano e rimangano contratti, oppure si atrofizzino per il disuso, soffriamo in due: l’altro, perché io non ci posso essere ad aiutarlo; e io, perché perdo una profondità interiore e perdo qualcosa che mi permette di relazionarmi di più con l’altro.

Allora è adesso, mentre lavoriamo con ragazzi che stanno ancora crescendo e che fanno le loro prime esperienze (e i primi urti) nel mondo, che possiamo allenarli a questa elasticità.

Muscoli (e menti) contratti

In counseling la rigidità, cioé il non adattarsi, il non accettare e far fronte al cambiamento se non irrigidendosi di più, è considerata un meccanismo di difesa, una maschera sotto cui si nasconde una grande fragilità. Al tempo stesso, anche nei nostri muscoli lo vediamo: quanto più sono contratti, tanta più fatica fanno a sciogliersi e tornare elastici, e poi restano contratti e fanno male per giorni.

Possiamo allora sperimentare rigidità e resilienza proprio attraverso il corpo. Seduti o in piedi, mettetevi in cerchio con i ragazzi e, tenendo le braccia rilassate lungo i fianchi, aprite tutti quanto più possibile le mani. Distendete bene le dita, aprite i palmi. Restate così un minuto, poi rilassate. Dopodiché, chiudete tutti le mani a pugno, più stretto che potete, e restate così un altro minuto. Scaduto il tempo, provate ad aprire le mani. Sentite quanto è difficile? Dovete proprio fare uno sforzo di volontà per distendere dei muscoli così contratti!

Ora, fate lo stesso con le gambe. Allungatevi e stiracchiatevi verso l’alto, sollevando anche le braccia per aiutarvi. Passato un minuto, rilassate. Poi piegatevi sulle ginocchia, senza sedervi a terra. Restate così un minuto, poi provate a rialzarvi senza toccare terra con le mani. Sentite com’è difficile allungare i muscoli? E quanto è facile perdere l’equilibrio? Una volta alzati, sciogliete per bene le gambe.

Chiedete ai ragazzi che sensazioni hanno provato. Poi, fate notare loro quanto sia stato faticoso tornare alla “normalità” dopo un irrigidimento dei muscoli. Con le mani, ci è voluto uno sforzo notevole per riaprirle; con le gambe, avevate anche meno senso dell’equilibrio, e se vi avessero spinto in quel momento, probabilmente sareste caduti a terra perché i muscoli non erano abbastanza sciolti per reagire e riguadagnare subito l’equilibrio.

Ecco, lo stesso succede nella psiche. Quando subiamo un forte colpo emotivo, l’istinto è quello di irrigidirsi per essere più forti. Ma quella forza può diventare una fragilità, perché anziché disperdere la botta emotiva, la trattiene e le permette di continuare a farci male. E il rischio è poi di restare rigidi così anche la seconda volta, e di non essere quindi pronti per reagire o sopportarla.

E infine, nell’essere così rigidi perdiamo anche di vista gli altri: quanti hanno pensato di aiutarsi a vicenda a rialzarsi nell’esercizio delle gambe?

Guscio di noce o guscio di conchiglia?

Il “trucco”, se così si può dire, è allora non essere un guscio di noce – rigido, legnoso, che si frantuma contro un sasso – ma un guscio di conchiglia: in ascolto delle sue vulnerabilità, capace di ridistribuire l’urto tutt’intorno.

Chiedete ai ragazzi che cosa hanno fatto in situazioni difficili: si sono macerati nella rabbia o tristezza o hanno “disperso” quelle emozioni in qualche modo? Cominciate voi da un vostro esempio personale: magari vi piace correre intorno all’isolato, oppure preferite chiamare un amico e parlare con lui. Con l’attività fisica, si disperdono fisicamente le energie bruciandole. Parlandone con amici o adulti di riferimento, si sfogano le emozioni e si “apre” la situazione a un altro punto di vista, disperdendone la carica emotiva. Spiegate loro che cosa provate di diverso in questi casi, prima e dopo, rispetto a quando invece vi tenenete tutto dentro.

Poi fate riflettere loro sui loro metodi personali, magari in coppia o a gruppetti. Il punto non è cercare il metodo perfetto o giudicare quanto siano efficaci i loro, quanto diventare consapevoli dei modi in cui si gestiscono le proprie emozioni, e magari scoprirne altri a cui non si era pensato prima. Alcune domande chiave da fare su questi modi sono: stavano effettivamente meglio dopo? Avevano cambiato stato d’animo? (Più rilassato o propositivo?) Oppure erano rimasti nel circolo delle emozioni precedenti?

Alla fine, potete anche trascrivere tutte queste idee in bella copia su un cartellone, da tenere in oratorio come una guida su come essere più elastici e meno rigidi, più conchiglie e meno noci.

Autore: Bianca Bressy

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